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Il Receptum
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La costruzione del Receptum
Già durante il rientro dei Milanesi in città dopo la distruzione del Barbarossa nell'anno 1162 i proprietari dei fondi in campagna ebbero l'obbligo di ricostruire i castelli era la necessità di porre in ordine le difese anche nella campagna in vista di nuovi attacchi. Quest'ordine fu dato anche per Melegnano in particolare perché durante la guerra di Federico II°, i Milanesi, guidati dal podestà Catellano Carbone, ricostruirono una già vecchia fortezza abbattuta dall'esercito imperiale; questa nuova rocca fu chiamata Receptum, con torri e fossati ed era pronta alla fine dell'anno 1243 ancora in pieno conflitto. Receptum è una parola latina che significa, in questo caso, edificio costruito con lo scopo di accogliere e di difendere la gente ma anche persone armate, attrezzato e fornito in modo speciale per resistere ad un lungo assedio. L'esito della guerra era sempre incerto, finchè la bilancia traboccò dalla parte del papato e dei Comuni. Il papa Gregorio IX° incitò i Lombardi che il 2 giugno 1240 riprendono Ferrara ed isolano Federico II° che si rivolge verso Roma occupando Spoleto e Terni. Intanto si era scatenata una campagna di diffamazione contro l'imperatore dipingendolo come l'Anticristo. Ed il nuovo papa Innocenzo IV°, dopo aver elencato i capi di accusa accertati contro Federico II°, lo dichiarò “privato da Dio di tutti gli onori e dignità”, lo depose e lo scomunicò secondo i riti tradizionali, in un solenne concilio ecumenico (Lione, 1245) da tutta la Chiesa riunita attorno al romano pontefice, confortata dalla orgogliosa contestazione antifedericiana dei Comuni. Dopo la sua condanna, Federico II° andò sempre più perdendo terreno. I Comuni lombardi passarono all'attacco: Parma, tutta la Romagna, il ducato di Spoleto si dichiararono per il papa.  Il figlio Enzo cadeva nelle mani dei Bolognesi. Stremato di forze, insidiato in tutta Italia, si affrettò a ritirarsi in tutta fretta nella sua Sicilia, il solo punto di appoggio che gli rimaneva, essendo anche la Germania diventatagli avversa. Moriva sfinito nella dissenteria il 13 dicembre 1250, lasciando in eredità i suoi Stati al figlio Corrado IV°, già re di Germania, a cui assegnò come luogotenente, per rappresentarlo in Italia, il suo figlio naturale Manfredi. 
Economia e politica
Come nei secoli precedenti, Melegnano continuava ad essere strettamente legata all'area milanese e agli interessi economici e politici di Milano. Anche dopo il Mille nel centro settentrione d'Italia il sistema feudale suddivide e moltiplica i poteri e i diritti: chi detiene un feudo esercita l'autorità a pieno titolo e non come un funzionario di un organismo pubblico statale come oggi. Avviene, così, la frantumazione della società ed il moltiplicarsi delle autonomie, specialmente dopo il 1037 quando l'imperatore Corrado Il ordina che anche i feudi minori e piccoli siano ereditari, con l'Editto della Costitutio de feudis (cioè: legge fondamentale sui feudi). Ma intanto avveniva anche l'evoluzione della società perchè i Comuni prendevano sempre più coscienza della loro forza. E così, accanto al sistema feudale, si ponevano le istituzioni comunali e si creava uno stretto rapporto tra di loro. Anche i Comuni concedevano feudi ed emettevano leggi non solo sulla città urbana, ma anche sull'amministrazione e sulla conduzione economica e fondiaria della campagna; tanto più che i maggiori Comuni in Italia settentrionale erano circondati da fertili campi: Milano, Como, Legnano, Crema, Cremona, Lodi, Pavia, Brescia, Bergamo, Torino, Susa, Asti, Alessandria, a cui possiamo aggiungere quelli fiorenti della Toscana: Firenze, Siena, Arezzo, Lucca, Pisa. Anche presso di noi il particolarismo è più accentuato, il vincolo feudale sotto forma di prestazione militare va indebolendosi sempre più. Sotto i grandi principi di fama europea, ecco il formarsi ed il moltiplicarsi di marchesi, conti, vescovi che sono conti; ed ancora sotto di loro una quantità di valvassori, piccoli valvassori o valvassini, gastaldi, avvocati, gonfalonieri, vicepadroni, viceconti, capitani: è una vera polverizzazione dei servizi e dei doveri e dei poteri che forma l'autorità politica. Inoltre si devono aggiungere i ministri, cioè gli amministratori delle terre, gli impiegati di Corte o del Comune, i membri del seguito di un personaggio importante. Non sarà inutile ricordare ancora che, tra le cause del sorgere e dell'affermarsi dei Comuni, sta anche il frazionamento del potere feudale.
La presenza dei melegnanesi nel contesto sociale
Da Ubertino, primo feudatario a noi noto storicamente per l'anno 983, fratello dell'arcivescovo di Milano, Landolfo, si crearono e continuarono i capitanei di Melegnano, che in origine erano i capi di un territorio ecclesiastico ricevuto dalle mani dell'arcivescovo, con il diritto di amministrare le terre e di riscuotere soldi o beni in natura, su un antico territorio di proprietà ecclesiastica denominata pieve, e che prima era amministrata da ecclesiastici che erano i titolari dei benefici.  Quindi dal secolo X furono appellati capitanei (= capi di pieve) anche coloro che non soltanto dall'arcivescovo, ma anche da un re, da un marchese, da un conte, ricevevano una pieve o una parte di una pieve, con la facoltà di concedere ulteriormente piccole parti della loro vasta amministrazione terriera ad altri sottomessi a loro. Troviamo molti melegnanesi inseriti in diverse attività, essendo capitanei ed anche non capitanei, occupando o svolgendo una mansione ai vertici della amministrazione pubblica politica, economica, finanziaria. Ma andiamo per ordine cronologico. Teufredo e la sua moglie Creusa avevano fondi a Carpiano. Nel 1065 dichiararono la loro posizione giuridica, facendo sapere che essi erano di legge longobarda, cioè si rifacevano a consuetudini antiche che si ritenevano ancora vigenti come forza di legge. Le grandi controversie richiamavano, a volte, clamorose istituzioni sulla scena pubblica: la prova del fuoco, di sapore barbarico, come criterio di intervento divino per stabilire la verità di un fatto. Durante la prima crociata (1096-1099) l'arcivescovo di Milano, che si era recato al seguito delle armate cristiane, venne a morte. Il suo vicario in Milano, di nome Grosolano, saputa la notizia, si fece eleggere subito nuovo arcivescovo diretto successore. Ma la sua elezione non piaceva agli elementi più austeri e più intransigenti milanesi, capeggiati dal prete Liprando: essi accusavano il neo eletto Grosolano di aver pagato la sua elezione (ed è ciò che si chiama simonia, cioè vendita degli uffici sacri). Liprando, per affermare la verità della corruzione e del pagamento, affrontò una spettacolare prova del fuoco; intervennero in molti per dissuaderlo: tra questi vi fu un melegnanese di nome Arialdo. Verso la fine del secolo, l'anno 1093, Arialdo e Lanfranco, due fratelli melegnanesi, ed un loro consaguineo di nome Attone, chiesero all'arcivescovo milanese Anselmo III°, nativo di Rho, di cedere Calvenzano ai monaci benedettini di Cluny, e per questo chiamati cluniacensi: l'arcivescovo Anselmo godeva di grande autorità, perchè‚ nel 1089 ricevette l'investitura dall'imperatore Enrico IV°, allora scomunicato, sfidando la legge papale canonica ed il rigore della giustizia ecclesiastica, facendosi riconoscere, canonicamente eletto, dal papa Urbano II°. Tra i sottoscrittori di un privilegio dell'arcivescovo Arnolfo nel 1095, concesso al monastero di San Gemolo, c'è Arialdo da Melegnano. Come pure tra i sottoscrittori di un diploma c'è nuovamente, nel 1099, Arialdo. Nel 1116 a un tribunale presieduto dall'imperatore Enrico V° per definire la restituzione ai legittimi proprietari di terreni occupati abusivamente da alcune famiglie collegate tra loro, fu presente nel collegio dei giudici un certo Araldo di Melegnano, forse un abate cluniacense. E tra i notai al servizio dell'imperatore, in questo periodo, figurano anche Gerardo Cotica. Difatti un atto legale termina con le parole: “Questo atto è stato steso e scritto da me Gerardo Cotica, notaio imperiale abitante a Melegnano”; il testo è naturalmente in latino. Ancora Arialdo da Melegnano attesta a favore della chiesa di Monza per la faccenda di alcuni beni che crearono una lite. Era l'anno 1119. Ed Arialdo è di nuovo sul fronte giuridico nel 1125 quando, nella lite tra il vescovo di Lodi e quello di Tortona, alla presenza del vescovo di Milano, testimoniò a favore del vescovo di Lodi. Uberto di Melegnano, l'anno 1128, segretario dell'arcivescovo Anselmo, giurò davanti al popolo che l'arcivescovo a Roma aveva difeso i privilegi che godeva la Chiesa di Milano. Nel mese di maggio del 1132 un certo melegnanese chiamato Musto, figlio di Ugo, detto Burro, di legge longobarda, donava alcuni beni che aveva in Melegnano alla chiesa di San Giovanni in Laterano. E Druda, moglie di Musto donava ad Obizone, prete della stessa chiesa, una vigna in Melegnano. Nell'anno 1154, mese di gennaio, Oddone di Melegnano, suddiacono ordinario, sottoscrisse una pergamena, in favore della chiesa di Crescenzago. Il figlio di Ugo di Melegnano, di nome Gilberto, teneva alcuni diritto feudali in Civesio. In un contratto di affitto del 10 maggio 1173 si nominano alcuni campi di Balbiano: tra gli interessati vi sono Guido di Melegnano. Ed un Guido, sempre di Melegnano, il 23 agosto 1181 fu tra i consoli Milanesi per dirimere una controversia tra il monastero di San Vittore in Milano ed alcuni affittuari, abitanti a Grancino, una località presso Cesano Boscone per un diritto di passaggio. Il 15 agosto 1198 Rogerio di Terzago, console di Milano, pronunciò la sentenza nella lite mossa da Morando Bossio, a nome suo ed a nome del prevosto di San Giorgio e di altri, contro un certo Pietro, prete della chiesa di San Bartolomeo in contrada dei signori di Melegnano, perchè non ostacolasse la raccolta delle decime sopra un appezzamento di terreno nel territorio di Vizzolo. E per tanto tempo si era creduto che la chiesa di San Bartolomeo fosse l'antica chiesa del Carmine in Melegnano; ma ciò è errato. Nel 1199 si trovò come testimonio per Arialdo, abate di sant'Ambrogio di Milano il nostro melegnanese ser Martalliatus, oggi diremmo Martalliato. Il “ser” indicava una posizione nobiliare. Una potente famiglia in Melegnano erano i Cuzigo (forse dal paese Cuzigo, nel Comune di Castiglione d'Adda). Per diverso tempo essi furono feudatari, capitanei, conti. Da loro infatti dipendevano i vassalli, cioè coloro che avevano ricevuto terre da amministrare o feudi, in Tribiano, San Martino in Strada, Sordio, Dresano. 
La vita culturale e sociale
Nel periodo comunale Melegnano non era più un semplice vicus (piccolo villaggio) come si presentava nel lontano Alto Medioevo: era un paese, limitato ad un nucleo centrale abitato ed alle cascine agricole dei dintorni. Del resto abbiamo visto che parecchi melegnanesi erano investiti di cariche e di responsabilità pubbliche: cittadini istruiti, dotti, abituati a leggere ed a scrivere; consultati e chiamati per i diversi atti e testimonianze come pubblici ufficiali. E' da escludere in Melegnano la presenza di una scuola, perchè‚ i conventi, come piccoli centri di cultura, verranno verso la fine del 1300 e nel 1400 e nel 1500: Carmelitani, Francescani, Cappuccini, Servi di Maria, Suore Qrsoline; queste comunità monastiche si aggiungevano ai frati che vennero per primi a Melegnano, i Disciplini. Anche l'abbazia cluniacense benedettina di Calvenzano, abitata da un numero ristretto di frati (talvolta tre, talvolta quattro), forse non era un vero centro di cultura tale da assolvere al compito di preparare culturalmente un ceto sociale che chiedeva di specializzarsi in qualche ramo del sapere, anche se ciò non è del tutto improbabile. Però è chiaro che attorno a Melegnano vi erano i conventi di Milano, Lodi, Pavia, Crema: essi potevano accogliere i giovani aspiranti alla vita monastica e culturale e facilitare la loro preparazione per la presenza di maestri, di raccolte di scritti, di materiale scrittorio, di testi esemplari e soprattutto di possibilità per il mantenimento economico. Una volta inseriti nella vita monastica, ogni persona aveva a disposizione le diverse Case conventuali di tutta Italia e di tutta Europa, dove i fratelli, culturalmente più preparati o sacerdoti meglio dotati, impartivano a quelli del loro Ordine e ad altri la cultura professionale prescelta. Inoltre la vivace vita comunale ed i complessi intrecci tra Milano, Lodi, Pavia e Crema favorivano contatti più liberi e più frequenti tra la gente di campagna e quella di città: reciproci interessi economici che erano motivo di legami matrimoniali o di concreto e facile avviamento agli studi per intraprendere una vita culturale con l'inserimento in una classe politica o ecclesiastica o giuridica.
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