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Federico II°
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L'ascesa di Federico II°
Morto Federico Barbarossa, scomparso molto presto anche il suo figlio Enrico VI, il cesaropapismo imperiale fu risuscitato da un principe che darà una forte impronta al suo secolo: Federico II°, re di Sicilia ed in seguito re dei Romani e imperatore. Vissuto orfano molto presto in Sicilia, in mezzo ad ogni sorta di intrighi, circondato da cortigiani sia tedeschi che italiani, egli si educò da solo, rifiutando ogni disciplina imposta: questo spiega la sua insufficiente formazione morale come anche il suo eccezionale orgoglio. Palermo era una città orientale in cui regnava un lusso straordinario unito a costumi pagani, che i precedenti re normanni avevano fatto propri, raccogliendo attorno un vero harem di donne arabe mescolate con cristiane. Nell'amministrazione e nella corte si era conservato un cerimoniale bizantino, dove il sovrano era onorato come un dio, tra un fasto che la presenza di musici mori, con i loro cembali e tamburi, rendeva più splendido. Federico II° si trovò in mezzo ad una mescolanza e ad un eclettismo incredibile, dovuto ad una situazione geografica quasi unica: musulmani, giudei, cristiani vivevano in una larga tolleranza culturale e religiosa. Fisicamente era biondo e imberbe come suo padre, ma più alto e vigoroso. Aveva passione per gli esercizi fisici, e l'equitazione e la caccia erano le sue distrazioni preferite. Nei suoi spostamenti era scortato da cavalli, falconi, sparvieri, da cammelli, dromedari, elefanti egiziani, leoni, pantere e scimmie, unitamente ad uno sciame di donne d'una conturbante bellezza. Le sue tre mogli successive da lui odiosamente ingannate ed i molti figli nati fuori dal matrimonio sono la testimonianza dello spirito libero, spregiudicato, di colui che il cronista inglese Matteo di Parigi definisce “ la meraviglia del mondo ed il prodigio innovatore “.  Tuttavia il programma imperiale, già di Federico Barbarossa, divenne assai pericoloso per i Comuni. Federico II° voleva farla finita assolutamente con la Lega Lombarda, avanzando dure richieste. Era nuovamente la guerra tra Comuni e l'Impero.
La ripresa bellica anticomunale
Il nipote di Barbarossa, Federico II°, tentò nuovamente di ridurre all'obbedienza i Comuni e di riorganizzare l'Italia secondo un suo piano generale, nell'ambito più vasto di dimensione europea. Nel 1231 convocò a Ravenna un'assemblea dei rappresentanti delle città per iniziare il riordinamento della Lombardia. Le città della  Lega gli furono ostili. Federico Il le dichiarò colpevoli e nemiche. Infuriò, quindi, una catena di lotte, culminate nel 1237 con la sconfitta totale della Lega Lombarda a Cortenuova di Bergamo, mentre il conflitto minacciava di assumere proporzioni più vaste ed imprevedibili. La battaglia di Cortenuova avvenne il 22 novembre 1237. Seimila morti rimasero sul terreno e, insieme con quattromila prigionieri, anche il Carroccio milanese cadde nelle mani dell'imperatore che si affrettò a inviarlo a Roma. Ma fu un trionfo più apparente che reale: Milano rifiutò di capitolare; Brescia oppose una resistenza eroica che costrinse l'esercito tedesco a ritirarsi dopo tre mesi di assedio (luglio-ottobre 1238). Solo la Toscana si sottomise, ma altrove si riprese a sperare. Dopo la vittoria di Cortenuova, Federico II° si affrettò a riconciliarsi il pontefice con negoziati diretti tra lui e Gregorio IX°, preceduti da ambasciate di arcivescovi. Ma il vero scopo di Federico II° era quello di staccare il papa dalle città lombarde ribelli: difatti all'inizio del 1239 promulgò una costituzione con la quale proibiva ogni relazione con le città a lui nemiche. A sua volta il pontefice, il 24 marzo, scagliò la scomunica contro l'imperatore. E fu di nuovo la guerra. Il 21 agosto 1239 Federico II° era a Pizzighettone. Passato l'Adda assalì lo schieramento milanese e puntò su Lodivecchio. Passò il Lambro a Salerano, distrusse Melegnano e Landriano, mentre i Milanesi si ritiravano. Si portò a Bascapè e a Torrevecchia, per saccheggiare i campi e le cascine, mentre i Milanesi non gli davano tregua e continuavano a molestarlo. E la testimonianza storica parla chiaro: “ Anno 1239. Et imperator, cum carozino Verone, transivit Lambrum et Saleranum et venit in terram Mediolani, et destruxit Meregnanum et Landrianum et Bexelicam Petri et Turem de Lambro, et venit ad Cassinam  Somarugam, et Mediolanenses sempre erant opositi “, che tradotta è così: “nell'anno 1239, l'imperatore, con il carroccio di Verona, passò il Lambro a Salerano ed entrò nel territorio di Milano e distrusse Melegnano e Bascapè‚ e Torrevecchia e venne alla Cascina Sommaruga, ed i Milanesi gli erano sempre ostili. Intanto i Milanesi avevano scelto la strategia di allagare quanto più possibile i campi ed i prati, per rendere difficoltosa la marcia imperiale. Il podestà milanese Obizio Malaspina aveva ordinato di scavare un canale per unire le acque del Ticino nuovo, presso Cuggiono, con le acque del Lambro a Melegnano. Già era allagato tutto il territorio lodigiano mediante il canale Muzza, il Sillaro, il Lambro e l'Addetta. Tutti gli argini e tutti gli sbarramenti artificiali con saracinesche che stavano per alzare il livello delle acque di rogge e di fossati, furono tolti, mentre le truppe imperiali arrivavano sotto Chiaravalle, capeggiate da Enzo, il figlio di Federico II°. Ma le difficoltà del terreno allagato, diventato tutto acquitrinoso, costrinse l'esercito imperiale a ritirarsi verso Locate e Siziano, prendendo atto “quod non posset Mediolanenses in fossatis debellare”, cioè non potendo battere i Milanesi nel terreno paludoso. 
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