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La seconda discesa del Barbarossa | ![]() |
La seconda discesa di Barbarossa
Intanto la scena internazionale si arricchiva e si complicava di nuovi fatti economici, religiosi, politici e militari che mettevano in allarme Federico Barbarossa: dalla Germania egli teneva sempre gli occhi aperti sull'Italia. Venezia e Genova, città prevalentemente marinare avevano, in maniera autonoma, rinnovato e intensificato i loro rapporti con l'Oriente bizantino. Guglielmo I, re di Sicilia, passò nel continente per conquistare parte del Sud: soffocò una congiura dei baroni e divenne sovrano del ducato di Puglia e del principato di Capua, di Napoli, di Salerno, di Amalfi e di altri territori circostanti, incontrandosi con gli interessi ecclesiastici e religiosi sollevati dal papa e dai vescovi. Guglielmo costrinse il papa Adriano IV a sottoscrivere un concordato nella città di Benevento; questo concordato non lasciò indifferente Federico Barbarossa, perchè tutta la sua politica ecclesiastica, tutti i suoi orientamenti per la restaurazione dei diritti dell'amministrazione imperiale, non solo in Germania, ma anche in Italia, erano offesi da questo accordo: Guglielmo avrebbe dovuto ricevere il benestare di Barbarossa, mentre agì senza chiedere nulla a nessuno. Federico Barbarossa riteneva che dovesse esistere un'unità ed una collaborazione tra l'Impero e la Chiesa, tra regno e sacerdozio: questo rapporto era il pilastro portante di tutta la concezione ancora medioevale di Barbarossa. In Italia, intanto, Milano, malgrado gli ammonimenti imperiali, aveva continuato la guerra con Pavia, aveva combattuto Vigevano, aveva riportato la minaccia contro Lodi ed aveva favorito la ricostruzione di Tortona, la cui distruzione era stata proclamata dal Barbarossa perchè essa era stata fedele a Milano e si amministrava in maniera autonoma e libera e contro i decreti imperiali. Si venne creando una psicosi antimilanese in tutta la Germania, perfino nei canti dei contadini della Boemia. E vennero allestiti gli eserciti per la discesa in Lombardia, divisi in vari corpi di spedizione guidati dai Duchi d'Austria, di Carinzia, di Baviera, di Zaringa, dal Conte Palatino, dal Rè di Boemia, dagli arcivescovi di Magonza, Treviri, Colonia, dai vescovi di Costanza, Spira, Wormazia, Eichstadt, Praga, Verdun, Würsburg, tutta la Germania, unita, era al fianco dell'imperatore. Le truppe imperiali attaccarono Brescia ai primi di luglio del 1158 perchè la città era alleata di Milano e si rifiutava di aprire le porte al Rè, dopo aver assalito un reparto di Boemi. I Bresciani dovettero duramente sottomettersi, consegnare 60 ostaggi e pagare una grossa somma di denaro. In Brescia Federico convocò una Dieta per mettere di nuovo Milano al bando dell'impero. Fu intimato a Milano di presentarsi in giudizio per rendere ragione della continua lotta intercomunale; ma i Milanesi, rendendosi conto che Barbarossa aveva bisogno di soldi, offersero una somma di denari per evitare il processo. Barbarossa non voleva un contributo finanziario, ma restaurare la sua indiscutibile autorità. Milano fu messa al bando dell'impero; e Lodi, invece, fu favorita con ampi privilegi imperiali, le vennero assegnate delle terre lungo il corso dell'Adda affinchè potessero costruire una nuova città, Laus Nova che sarebbe diventata l'attuale Lodi. Al fianco di Federico Barbarossa erano subito accorsi gli antichi nemici di Milano: Pavia, Cremona, Como, Lodi, Bergamo, Mantova, Verona, Padova, Treviso, Aquileia, Parma, Piacenza, Modena, Reggio, Novara, Asti, Vercelli, Ivrea, Alba, Genova, Ferrara, Bologna, Cesena, Imola, Forlì, Rimini, Ancona, Fano e molte città toscane tutti in campo con le loro milizie contro Milano che poteva contare solo su Crema e Tortona. L'imperatore pose il suo accampamento a Melegnano presso la confluenza tra il Lambro e la Vettabia. Qui egli preparava l'attacco definitivo contro Milano per distruggerla. Ma qui egli compiva anche atti amministrativi e politici in favore delle città amiche e di cittadini da beneficare: il 17 maggio, per esempio, Federico concede a Tinto Musa da Gatta di Cremona la nomina di conte e di rappresentante imperiale, per la sua fedeltà e devozione, e il documento riporta queste parole “ iuxta Melegnanum super Vitablam territorii Mediolani “, cioè: presso Melegnano, sulla Vettabia, nel territorio di Milano. Barbarossa predilesse il Sud Milano. E fu un avvenimento, questo, che dovette restare impresso in molti funzionari imperiali, perchè non solo le Cronache italiane, ma anche quelle tedesche riportano con ampiezza di particolari la permanenza di Barbarossa qui a Melegnano. Un suo cronista, infatti, scrive espressamente: “ Nell'anno 1158 Federico, lasciando Trezzo d'Adda, volle scegliere un luogo per costruire una nuova città per i cittadini di Lodivecchio, sul fiume Adda, in un colle, in zona elevata perchè vi erano alcune paludi. Questo colle, per un'antica consuetudine dei Longobardi, era chiamato Monte Guezione. Proprio su questo colle Federico piantò il vessillo regio per designare il luogo della futura città. Dopo questo, si portò con l'esercito a Melegnano dove aspettò un gesto di soddisfazione da parte dei Milanesi. Ma i Milanesi non vollero dare nessun gesto di soddisfazione per quello che avevano fatto “. Le operazioni militari attorno a Milano durarono, con varia fortuna, per tutto il mese di agosto del 1158. Nel frattempo riarsero vecchie rivalità tra paesi e paesi, cittadine e cittadine, tra chiese e chiese, comunità e comunità. Le novità si scontravano con le antiche istituzioni e tradizioni dei padri. Il disorientamento era generale in Lombardia: nessuno non comprendeva più dove stava il torto e dove stava la ragione, dove erano i valori fondamentali e dove invece rigurgitavano i pretesti ed i motivi personali e privati. Ma si arrivò ad una mediazione per mezzo del conte di Biandrate, amico del Barbarossa e nello stesso tempo dei Milanesi, con l'appoggio di alcuni principi tedeschi: i Milanesi dovevano lasciare in pace Lodi e Como, finire le guerre di confine, restituire i diritti finanziari che esercitavano e che erano dell'imperatore, richiedere il consenso per l'elezione dei consoli, cioè degli amministratori del Comune. Fu accettato, ed i Milanesi ottennero la pace: i prigionieri furono liberati, mentre Milano dovette consegnare trecento ostaggi, pagare 9.000 marchi d'argento e fabbricare a proprie spese un palazzo per il Rè. L'imperatore ritenne necessario regolare con un documento ufficiale e solenne i rapporti tra l'impero e le città italiane: per questo venne da lui convocata un'assemblea a Roncaglia per l'11 novembre 1158. Erano presenti decine e decine di signori delle città italiane, i professori in legge di Bologna, feudatari e magistrati cittadini. Si stabilirono i diritti spettanti unicamente all'imperatore: elezione dei conti, duchi, marchesi; nomina dei consoli delle città; amministrazione della giustizia; coniazione della moneta; riscossioni delle tasse portuali, pedaggi, dogane; diritto di prelevare beni in natura per l'esercito imperiale di passaggio e di sosta; licenza di fabbricazione dei palazzi dei governatori. L'arcivescovo di Milano Oberto, in tale occasione, disse:"Tua voluntas Jus est", cioè la tua volontà è legge. Racconta il Morena questo aneddoto: Un giorno l'imperatore era uscito a cavallo in compagnia di due messeri, Bulgaro e Martino. L'Imperatore chiese loro se ritenevano che fosse padrone del mondo, Bulgaro rispose di no, Martino sostenne che Lui era padrone di tutto. Federico lo premiò allora facendogli dono del proprio cavallo, Bulgaro risentito disse: "Amisi equum, quod dixi aequum, quod aequum non erat"; giocando sulle parole aequum = giusto e equum = cavallo, con pronuncia uguale. Cremona, Pavia, Como e la nuova Lodi furono entusiaste dell'editto, mentre Milano, già umiliata, respinse nel gennaio 1159 i messi imperiali che si erano presentati per insediare il podestà imperiale al posto dei consoli, così dissero:"Juravimus quidem, sed non juramentumattendere promisimus", cioè "abbiamo giurato, ma non abbiamo promesso di tener fede al giuramento.", che, da un punto di vista etico non è il massimo. Milano fu messa nuovamente al bando e fu dichiarata guerra aperta tra l'imperatore e la metropoli milanese. In questo contesto è da inserirsi la concessione al vescovo di Cremona, Oberto, amico di Barbarossa, della facoltà di occupare le case e le terre di alcuni possidenti feudatari milanesi che erano gli eredi di Guido e di Alberto di Melegnano. Nel documento, in data 26 novembre 1159, scritto a Melegnano, si dice: “...Inoltre i Milanesi sono stati giudicati da noi nemici del nostro impero, li abbiamo messi al bando ed abbiamo confiscato i loro beni. Ma in particolare vogliamo confiscare i beni degli eredi di Guido e di Alberto di Melegnano: il loro feudo, da essi tenuto e dai loro antenati che erano nel paese e nel castello di Maleo, tutto ritorni in proprietà alla tua chiesa, in forza del nostro diritto e senza alcuna eccezione. Per nostra autorità imperiale vogliamo proibire ai predetti eredi il diritto di successione nel feudo predetto, feudo che noi togliamo loro, ossia i terreni che furono di Oddone di Melegnano e tutti quelli che potranno essere dei loro parenti. Essi, inoltre, sono da noi esclusi dal diritto di ogni ricorso legale”. |
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