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La distruzione di Milano
Ancora nell'agosto del 1161 l'esercito imperiale era nella Bassa Milanese, tra Cerro e Melegnano. I consoli milanesi, presi da grave preoccupazione ed oscuri presentimenti, decisero di abboccarsi con Barbarossa, per sondare fino a che punto si poteva evitare uno scontro diretto e certamente sanguinoso e distruttivo per Milano. Partirono da Milano e giunsero alla Rampina, ma furono intercettati da una pattuglia di imperiali. Quindi fuggirono, ritornando verso Milano, dopo essere stati malmenati e liberati dalle truppe milanesi uscite incontro nella previsione di una loro possibile cattura. Intanto Federico stimolato da un regalo di 11.000 marchi d'argento, fattogli dai Cremonesi, perchè li aiutasse ad impadronirsi di Crema, assediò la città per sette mesi, durante i quali i Cremonesi tagliarono la testa ai prigionieri e la buttavano al di là delle mura, mentre i Cremaschi facevano a pezzi, sulle stesse mura gli imperiali caduti nelle loro mani. Arresasi Crema, 20.000 cittadini furono costretti a lasciare la città che fu abbandonata al saccheggio, le mura e le torri furono abbattute, i Cremonesi diedero fuoco alle case e distrussero quel poco che era rimasto. Per le sue atrocità, Federico, che era considerato anche in Germania un eretico, fu scomunicato da papa Alessandro III che, benedicendo la Lega Lombarda che si era formata e che poi verrà solennemente giurata nel 1167 a Pontida, sciolse tutti i sudditi dal vincolo di fedeltà all'imperatore. Nell'assedio il Rè aveva dovuto consumare tutto il periodo di ferma delle milizie feudali, che erano così ritornate in Germania, gli erano rimaste le truppe dei vassalli, dei Conti Palatini Corrado e Ottone e di tutte le città italiane che si erano schierate con lui. Si diresse su Milano e già le genti di Porta Romana e di Porta Orientale avevano ceduto all'urto della cavalleria imperiale e il Barbarossa, rovesciato il Carroccio ammazzandone i buoi, si era impadronito dello stendardo del Comune, quando le milizie delle altre porte, dopo aver sconfitto Comaschi, Novaresi e Vercellesi si lanciarono con tale impeto contro le forze imperiali da costringerle alla ritirata su Como. Il Rè si rinchiuse nel castello di Baradello, lasciando ai Milanesi i prigionieri, gli ostaggi e un grande bottino. Federico si trasferì poi nella fedelissima Pavia e vi attese la primavera, quando le truppe tedesche sarebbero tornate per un nuovo periodo di ferma. Con la primavera si riformò un esercito formidabile, il Rè mosse contro Milano e la strinse d'assedio. Ormai l'assedio intorno a Milano, già piagata da un gravissimo incendio che ne aveva distrutto quasi un terzo, era diventato stretto e feroce: durante l'assedio Federico scelse sei prigionieri milanesi e ordinò che cinque venissero accecati, mentre al sesto fece troncare il naso e togliere un occhio, perchè facesse da guida, verso Milano, agli altri disgraziati. La resistenza milanese si protrasse fino alla fine del febbraio del 1162; ma, di fronte alla fame ed alla impossibilità di ricevere soccorsi dall'esterno, tra gli assediati milanesi si formò un partito favorevole alla resa. Le proposte di Barbarossa erano quelle di arrendersi in massa, di abbattere le mura e di rendere piena soddisfazione con una solenne scenografia feudale del rito dell'umiliazione. E Milano si arrese. Il 1° marzo 1162 i consoli milanesi, passando da Melegnano, arrivarono a Lodi per giurare la resa. Poi, dopo tre giorni, passarono ancora da Melegnano trecento cavalieri per consegnare le chiavi della città ed per deporre ai piedi dell'imperatore le 36 bandiere dei rioni milanesi. Il 7 marzo passarono da Melegnano per Lodi i consoli milanesi degli ultimi tre anni in carica, con mille fanti, per consegnare le bandiere e il Carroccio che era il simbolo della libertà, della fierezza e dell'autonomia cittadina. Tutti in ginocchio supplicarono la pietà del Barbarossa che rimase di ghiaccio, fermo, impassibile. Tenne presso di sé 4000 persone come ostaggio; accolse il giuramento di fedeltà dei Milanesi; comandò di smantellare le mura e di riempire i fossati di difesa. Mandò i suoi ambasciatori a Milano per ricevere il giuramento di tutti i cittadini. Ma venne l'ordine più severo e più drammatico. Barbarossa, da Pavia dove si trovava il 19 marzo, ordinò alla popolazione di Milano di lasciare le abitazioni entro otto giorni. Le città italiane nemiche di Milano avevano comprato con ingenti somme la decisione imperiale di distruggere l'odiata Milano. Ed il 26 marzo fu emanato l'editto definitivo di una completa distruzione. L'esecuzione della distruzione fu affidata ai nemici tradizionali di Milano: Pavia, Lodi, Como, Cremona. Queste città assalirono Milano, quasi casa per casa, trasformando un atto di cosiddetta giustizia imperiale in un'aberrante vendetta tra stessi Italiani, solo un cinquantesimo della città rimase in piedi. La leggenda popolare tramandò ai posteri che il Barbarossa, distrutta Milano, sulle terre che erano state città, facesse correre l'aratro, spargendo sale per rendere persino la terra sterile. E l'imperatore Federico Barbarossa incominciò a datare i suoi documenti, non dall'anno dell'era cristiana, come aveva sempre fatto, ma “ dalla distruzione di Milano “, cioè il l° marzo 1162. Ma tutti, però, capirono che ciò era stata una follia. Frattanto la ribellione contro Barbarossa aumentava. Un cronista dell'epoca così scrisse:"Sicque factum est quod Lombardi, qui inter alias nationes libertatis singularitate gaudebant, pro Mediolani invidia cum Mediolano pariter corruerunt, et se Theutonicorum servitute misere subdiderunt", cioè :"E' un fatto che i Lombardi, che godevano tra le altre nazioni di un singolare grado di libertà, per invidia nei confronti di Milano, rovinarono se stessi come avevano contribuito a rovinare Milano e si assogettarono miseramente alla servitù nei confronti dei Tedeschi.", La Lega di resistenza fu giurata a Pontida solennemente: Milano, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, cui si aggiunse anche Lodi, e più tardi anche Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, e da ultimo anche Pavia. Nel 1173, mentre Federico era in Germania, le città della Lega rinnovarono i patti di alleanza e costruirono una città che, in onore del pontefice, chiamarono Alessandria. |
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