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Il dopoguerra ed il Fascismo | ![]() |
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Le
organizzazioni politiche e la ripresa civica
Nell’agosto del 1917, in piena guerra, mentre erano al fronte ![]() ![]() L’amministrazione socialista Queste elezioni dell’ottobre del 1920, che portarono al Comune i socialisti, furono forse uno scacco alla lista cattolica melegnanese, che tuttavia non si era presentata compatta come si potrebbe credere: sulla Campana di questi tempi si parla chiaramente di discordie interne e di esterni malcontenti, di posizioni ambigue e di sotterfugi dannosi per essere eletti. Comunque, una nuova forza si affacciava alla ribalta amministrativa melegnanese: i socialisti, che anche sul piano nazionale economico, oltre che politico, erano imbevuti dalla speranza immediata di una rivoluzione come quella russa del 1917. Ed anche i socialisti melegnanesi pensavano che la rivoluzione fosse una cosa semplice, nonostante che l’insegnamento vivo di Lenin più volte avvertisse che ogni rivoluzione richiedeva uomini di vasta sensibilità politica e non solo animati da romantica volontà o addirittura da velleità. Parecchi socialisti melegnanesi erano dotati di una buona volontà, animati da indiscusso zelo per la classe operaia; ma non erano preparati da nessuna base fondamentale, per distinguere tra ideologia di base e tecnica dell’applicazione politica all’amministrazione. Purtroppo anche il socialismo era come un seme, e, come tutte le grandi idee, aveva bisogno di maturare nel vaglio purificatore e severo del tempo, perchè i frutti non possono essere immediati, quando si tratta di una grande causa. Nacque una ostile intransigenza fondamentale tra socialisti e cattolici negli anni 1920, 1921 e 1922, talvolta con scontro non soltanto verbale. Dall’ottobre 1920 all’agosto 1922, nonostante che fosse un periodo relativamente breve, la prima amministrazione socialista portò a compimento riforme e leggi sociali alcune delle quali rimasero feconde anche per l’avvenire: la revisione dell’elenco dei poveri, con l’ampliamento della loro assistenza sanitaria; il controllo dei prezzi sul latte e sulla carne; lo studio per il progetto di un secondo pozzo in Largo Crocetta e per una eventuale serie di bagni pubblici, docce e lavatoi; disposizioni ed approfondimento sul grave problema della disoccupazione; indennità al caro viveri per i dipendenti comunali che erano 18 (segretario - due applicati - uno scrivano – un messo comunale - una guardia - tre spazzini - due medici - una levatrice - un veterinario - un seppellitore - un bidello - un fontaniere - due custodi carcerari maschile e femminile); contributo al Consorzio provinciale per l’assistenza clinica e balneare alla fanciullezza; ambulatorio giornaliero all’Ospedale Predabissi; alloggio ai senza-tetto; costituzione del Comitato provvisorio per la costruzione di case popolari; apertura di una scuola serale e festiva di disegno e di meccanica; voto positivo di riconferma ai fabbriceri parrocchiali (Caminada Vincenzo, Origoni Pellegrino, Cremascoli Alberto); comitato « Pro Scuola » per i problemi dell’assistenza scolastica; incoraggiamento per la funzionalità di nuove risaie nel territorio agricolo del nostro Comune. Qualche cosa, dunque, incoraggiava a muoversi nel settore tipicamente sociale e in favore delle classi meno abbienti. E non sempre l’opposizione cattolica valutò la sostanza di queste iniziative, ma piuttosto continuava a vedere la base anticlericale e demagogica di questa piattaforma programmatica. Mentre si stava impostando l’esecuzione di tutto questo lavoro, che indubbiamente avrebbe portato un avanzamento qualitativo della classe operaia ed una indubbia conquista sociale, avvenne il fatto clamoroso: il Primo Maggio 1922 fu esposta la bandiera rossa al balcone della Casa Comunale, in piazza; ed era forse un gesto più di intemperanza e di irriflessione che una sfida provocatoria. Pero bastò questo gesto perchè dalle opposte sponde antisocialiste scattassero le reazioni e le conclusioni prese dall’alto: con decreto prefettizio il sindaco Pietro Lombardi fu deposto, con la nomina del commissario Marco Gentili il 6 maggio 1922. Ed il decreto reale del 25 giugno 1922 scioglieva tutto il Consiglio comunale ed affidava la reggenza commissariale ad un altro commissario, Giuseppe Castelli. La svolta Fu un avvenimento doloroso non tanto per i riflessi immediati, quanto per le conseguenze future. Dal giugno 1922 al ![]() Il fascismo Intanto anche a Melegnano era sorta la sezione del fascio; si affissero manifesti murali e vi furono incontri a livello privato e pubblico per chiarire la posizione del nuovo governo. Ma era chiaro che tutti i partiti erano tendenzialmente antifascisti, e solo una frangia della piccola borghesia melegnanese era favorevole. Anche a Melegnano vi furono scontri tra gruppi opposti che erano alimentati dalle loro propagande. Ma la marcia su Roma non era avvenuta invano. Dal 1922 al 1928 Mussolini ed il fascismo elaborarono una serie di leggi che soppressero il regime costituzionale e liberale e che instaurarono in Italia il regime totalitario; aboliti i partiti politici; controllata la stampa; istituita la censura sulla radiodiffusione e sulle pubblicazioni; ristretta e regolata la possibilità di riunione e di associazione; puniti come reato lo sciopero e la serrata; istituito il tribunale speciale contro i reati politici; stabilita la condanna al confino per gli antifascisti militanti. Ed anche Melegnano, senza gravi scosse, si adattò al nuovo regime, il quale ogni giorno raccoglieva sempre più numerosi aderenti. Una questione che si affacciava viva e discussa fu, nel 1924, la unificazione dei Comuni circondari: si volevano, cioè, unire al Comune di Melegnano i territori di Vizzolo, Colturano, Riozzo, Pedriano, Santa Brera, Rocca Brivio e Rampina. I motivi che giustificavano tale progetto erano di ordine sociale, culturale, assistenziale, e religioso: Melegnano serviva i paesi circonvicini con il suo mercato, servizio postale, servizio telefonico e telegrafico, con la ferrovia, con il servizio di autonoleggio, automobilistico pubblico, di banche, di servizio funebre; a Melegnano esisteva l’unica scuola secondaria di avviamento al lavoro della zona, tutti gli uffici sindacali e corporativi istituiti dal regime fascista, gli uffici di assistenza legale; Melegnano costituiva la sede della parrocchia dalla quale le suddette popolazioni limitrofe dipendeva da oltre cinque secoli. Ma i motivi più forti erano quelli politici: i Comuni della zona facevano parte della segreteria politica melegnanese ed avrebbero potuto potenziare con maggiore efficacia le istituzioni fasciste che dovevano permeare la vita della popolazione: Opera nazionale Balilla, che avrebbe avuto una sua sede; gli interventi associativi e formativi alla fanciullezza melegnanese e dei dintorni; l’Opera della Maternità ed Infanzia che provvedeva al permanente nido d’infanzia, un dispensario per la visita e la cura dei bambini, ed un refettorio materno; la costituzione di un centro demografico per lo studio dei bisogni delle popolazioni. Ma grosse difficoltà locali e periferiche, oltre che motivi di campanilismo e di tradizioni per la perdita delle autonomie, rimandarono la questione al 1932, quando ancora si riprese con più intensità tutta la problematica con tentativo di definitiva soluzione. La consistenza fascista a Melegnano ![]() Nella figura: Benito Mussolini, a Melegnano il 5 ottobre 1935, visita l'Industria Chimica. Alla sinistra il dottor Piero Saronio, ed attorno ed alle sue spalle vi sono i gerarchi melegnanesi. L’economia La situazione economica melegnanese in questo periodo fascista conobbe ancora una forte occupazione agricola, anche se alcune industrie incominciavano ad assorbire numerosa manodopera. Le quindici cascine del Comune erano fiorenti ed avevano queste cifre di estensione in ettari: Palassia 20, Medica 29, Cattanea 40, Martina 4, Silva 49, Bernardina 7, Bertarella 12, Giardino 67, Adelina 11, Cappuccina 25, Pallavicina 35, Montorfano 10, Carmine 7, Casarino 2, cascina alla strada per Carpiano 60. Il terreno agricolo melegnanese era coltivato a frumento, granoturco, avena e riso, ed occupava il 38% della superficie agricola; il 47% era coltivato a prati avvicendati; il 70% per orti familiari. Le cifre mettono in evidenza che, quanto minore era la superficie riservata ai cereali, tanto maggiore era quella occupata dai prati. E nelle relazioni ufficiali della statistica fascista in fatto di agricoltura, i commenti furono presentati come testi di esaltazione e di progressi agricoli. Nei commenti elogiativi si arrivò a dire che in un anno vi fu anche una grande raccolta dell’uva, in contrasto con altre testimonianze che accertavano una scarsissima raccolta; quando poi non era necessario comprarne molti quintali nella zona del piacentino per celebrare la Festa dell’uva. Una occasione pubblica di manifestazione della vitalità agricola era data dalla Fiera del Perdono. Rimase famosa quella del 1934, tenutasi il 2 aprile, e denominata Prima grande rassegna agricola del Melegnanese, che fu un misto di festa agricola, folcloristica e chiassosa, ma che servì come prova di collaudo politico e come verifica di manovra delle masse contadine. Il programma prevedeva il passaggio per Melegnano dei migliori traini agricoli, la rassegna di quelle che venivano chiamate « le balde centurie » dei lavoratori dei campi, la Festa del Lavoro con la premiazione dei più vecchi contadini: era, insomma, una manifestazione lanciata dalla storia politica e dal programma che andava sotto il nome di « battaglia del grano ». Per quanto riguarda il patrimonio zootecnico, per il 1932 si hanno questi dati: 158 cavalli, 16 asini, 5 muli, 432 bovini, 136 suini. Abbiamo riportato queste statistiche sia per chiarire la vivacità rurale delle nostre campagne nel tempo del fascismo, sia perché da questo tempo l’area destinata all’agricoltura comincia ad essere ridotta per far luogo alla zone residenziali ed alle costruzioni. La grande industria melegnanese cominciava i suoi passi o conosceva i suoi regressi: nel 1930 fu chiuso lo stabilimento del Linificio e Canapificio Nazionale in conseguenza della crisi generale che aveva colpito anche l’Italia. Dopo alcune settimane di incertezze, il 3 agosto veniva chiuso per sempre, lasciando nella disoccupazione circa mille lavoratori. Per far fronte a questa grave disgrazia cittadina l’amministrazione comunale decise l’esecuzione di una serie di lavori pubblici: sistemazione di strade e di piazze; costruzioni di locali ad uso scolastico; sistemazione della sede della caserma dei carabinieri; costruzione di un primo lotto di case popolari; riordino di parecchi tratti della vecchia fognatura. Si cerco anche da parte dell’Ufficio di collocamento di far assumere operai presso altri Comuni, compreso Landriano. Nel settore delle previdenze si versò agli operai anziani quelli che non avevano ancora raggiunto il 64° anno di età - un sussidio, mentre era messo a disposizione il Fondo di previdenza malattie; inoltre nel 1930, in seguito a questa crisi, parecchi melegnanesi emigrarono, in numero di 428. Il potere fascista Ma la sostanza del fascio ogni giorno prendeva la sua più vasta consistenza anche a Melegnano. Ogni manifestazione pubblica era soggetta a controllo quasi sempre preventivo e in stretta aderenza agli ordini che arrivavano dal governo centrale o dal prefetto. La libertà di critica non poteva esistere nella logica di un governo che aveva eliminato tutti i partiti e aveva ridotto al silenzio ogni opposizione democratica, giusta o sbagliata che fosse: era, cioè, una dittatura con tutti i crismi e tutte le caratteristiche della dittatura. La giustificazione stava nei motivi di ordine pubblico, di risanamento dell’economia, di prestigio nazionale di forza nazionale, di priorità del corporativismo e della lotta al bolscevismo. Ed accanto a Questa logica dittatoriale agiva anche la repressione contro coloro che vivacemente non si volevano piegare, verso i quali si usavano mezzi pacifici e anche il bicchiere dell’olio di ricino. E bisogna dire, per onestà storica, che nella grande maggioranza i melegnanesi accettarono comunque il nuovo regime; pochi furono i contrari: nelle elezioni politiche del 1924 il settore cattolico fu invitato a dare il suo appoggio, e parecchi socialisti anche militanti fecero buon viso all’evidenza politica. E quando le intemperanze fasciste diventarono audaci contro istituzioni cattoliche e socialiste, non c’era più nulla da fare, anche perché vi era il pane quotidiano ed il posto di lavoro da salvare. Un chiaro esempio fu quello del luglio-ottobre 1938 quando venti elementi del Corpo Musicale dell’oratorio dovettero aderire con pressione morale alla costituzione del Corpo Musicale cittadino sotto la guida del Fascio. Se ora volessimo registrare in analisi le realizzazioni del fascismo, troveremmo questi fatti: la nuova sede municipale trasferita nel febbraio del 1930 dal palazzo del Comune ai locali ampi del Castello; la riorganizzazione dei pubblici servizi, (ricupero delle tasse, disciplina per il ricovero ospedaliero, riorganizzazione dell’azienda del civico acquedotto, servizi municipalizzati delle pubbliche affissioni, riscossione del plateatico più organico e revisione delle imposte di consumo); l’assistenza all’opera della Maternità ed Infanzia; l’istituzione nel 1933 del consultorio pediatrico ed ostetrico; l’apertura nel 1931 del nido d’infanzia per i bambini delle mondariso; attuazione delle colonie elioterapiche e marine, con preferenza del lido adriatico e infine in luogo presso il terreno dell’ex Linificio e Canapificio nazionale; la provvigione per l’assistenza sanitaria gratuita con la compilazione dell’elenco dei poveri comprendente 596 famiglie; l’istituzione della mutua sanitaria comunale; ampliamento e risanamento del cimitero comunale con la costruzione della cappella municipale ed il settore per il seppellimento dei non cattolici; costruzione di case popolari con settanta nuovi locali; due lavatoi pubblici; consorzio con altri ventidue Comuni limitrofi per il servizio dell’Ufficiale sanitario. Il fascismo rivalorizzava le feste nazionali e le ricorrenze patrie: le date commemorative della storia unitaria italiana del 4 Novembre, dell’8 Giugno, del 24 Maggio; gli anniversari della rivoluzione fascista del 23 Marzo e del 28 Ottobre; la data del Natale di Roma, 21 aprile; ed altre manifestazioni varie: la Festa degli alberi; la Giornata del fiore e della doppia croce; la Giornata della Croce Rossa; la Giornata dell’uva; la Giornata della madre e del fanciullo; la Giornata del Risparmio. Una cura particolare era dedicata alla gioventù scolastica: inquadrati in reparti di balilla e di piccole italiane e di figli della lupa, con divise, ragazzi e ragazze partecipavano alle manifestazioni publiche indette dal fascio. Grandiosi festeggiamenti si organizzarono per il passaggio del Duce a Melegnano: la torre dell’acqua divenne la torre littoria, e completamente ricoperta di pannocchie; in piazza 4 Novembre erano schierati tutti gli operai; una trebbiatrice attendeva Mussolini per il collaudo; in evidenza era il settore delle famiglie numerose. Quando tra schiere di popolo osannante passò il Capo del Governo, Benito Mussolini, la commozione pubblica arrivò al massimo; a due metri di distanza, mescolato tra le famiglie numerose l’autore di queste righe vide il volto sicuro di Benito Mussolini. Era l’autunno del 1934. Il censimento effettuato il 21 aprile 1931 diede i seguenti risultati: 2294 famiglie residenti in Melegnano; popolazione composta di 8684 abitanti. Nel precedente censimento del 1921 la popolazione di Melegnano ammontava a 7502 abitanti. La conquista dell’impero Nel 1935, mentre in tutto il mondo il colonialismo era in piena crisi, Mussolini pensò di dare grandezza imperiale all’Italia riprendendo il vecchio progetto di conquista dell’Etiopia dei tempi di Francesco Crispi: un progetto che aveva dato tanti dolori e tante delusione agli Italiani. Due armate comandate dai generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani partirono il 3 ottobre 1935 rispettivamente dall’Eritrea e dalla Somalia puntando su Addis Abeba, riuscendo a raggiungere la meta dopo sette mesi di guerra (5 maggio 1936); il re d’Italia divenne imperatore d’Etiopia, ma per pochi anni, cioè fino alla perdita che avvenne nel 1941. Da Melegnano partirono 57 melegnanesi per il fronte africano, mentre un opuscolo illustrativo della mostra coloniale riportava con enfasi che « essi partirono portando nell’opera di civiltà la giovinezza balda, pronti ad immolarsi mentre l’anima di Melegnano tutta, rinata e rifatta dallo spirito fascista si protendeva con essi verso il destino...». Intanto la Società delle Nazioni decretò le sanzioni economiche contro l’Italia il 18 novembre 1935. E nelle mani del fascismo le sanzioni divennero un formidabile strumento di propaganda. Nel clima vivace di esaltazione politica fu istituita la « Giornata della fede »: il 18 dicembre, mentre la regina Elena, a Roma sull’Altare della Patria, consegnava il proprio anello matrimoniale, milioni di spose ripeterono il gesto in tutta Italia. A Melegnano furono raccolti chilogrammi 12,546 di oro e chilogrammi 1378,460 di argento: era l’offerta dei Melegnanesi alla Patria. A Melegnano, inoltre, fu fondata da un gruppo di studenti universitari la sottosezione dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana, per la conoscenza dei problemi e degli aspetti delle terre italiane d’oltremare. Dal 6 al 10 aprile 1939 si tenne in Melegnano la Mostra coloniale dove erano esposti cimeli bellici, oggetti degli usi e dei costumi dell’Africa, gli esemplari della flora e della fauna, oggetti di arte e di religione, più un salotto arabo tutto arredato. Al termine della campagna militare d’Africa, come in tutti i Comuni, anche a Melegnano si tennero adunate oceaniche nelle sere del 5 e del 9 maggio 1936 per « salutare la Vittoria e l’Impero e per rispondere e giurare il sì al comando del Duce », così era scritto nell’invito alla cittadinanza. L’esplosione di entusiasmo e di patriottismo avvenne la domenica 10 maggio. Attorno alle autorità e alle istituzioni del partito fascista, si sono raccolte le associazioni combattentistiche, le associazioni cattoliche, i gruppi aziendali del Dopolavoro, ed in corteo si recarono in chiesa San Giovanni per il solenne Te Deum di ringraziamento. Intanto, il 21 aprile 1936, avvenne il censimento, che diede questo risultato: popolazione presente nel Comune 9169 abitanti, di cui 4464 maschi e 4705 femmine; famiglie censite 2502; vi fu un passo in avanti dal 1931, quando Melegnano contava 8684 abitanti. Ed ugualmente la situazione sanitaria era migliorata dai decenni passati. Difatti nella leva della classe 1916 si ebbero 49 idonei, 15 rivedibili e 4 riformati: nelle scuole era insegnata l’igiene, la pulizia, la sana alimentazione, l’uso del sole durante tutto l’anno, la vita all’aperto, la cura con l’olio di fegato di merluzzo che il regime fascista distribuiva ai Balilla ed alle Piccole italiane durante l’anno scolastico e nel periodo estivo durante le colonie elioterapiche. E’ questo il primo periodo che potremmo definire «primo Periodo fascista melegnanese », cioè il periodo della accettazione di un sistema politico nelle sue linee generali; e non poteva essere diversamente, perchè non era concesso parlare di politica o criticare pubblicamente l’operato dei gerarchi. E’ vero che al nostro Comune vi furono fascisti boriosi, trionfalisti e capaci di ogni mezzo machiavellico per la ragione di stato; è anche vero tuttavia che nel fascio melegnanese entrarono tanti concittadini in buona fede, animati solo dal desiderio di rendersi utili al loro paese; e nel momento del crollo, tutti vi furono coinvolti. Abbiamo visto sopra, del resto, quale era il rovescio della medaglia, e quale prezzo si doveva pagare per la parte positiva e costruttiva del fascio. Il secondo periodo fascista a Melegnano si apre attorno agli anni 1939-1940, quando la seconda guerra mondiale travolgeva tutte le nazioni. Le vicende belliche e la presenza in Melegnano di elementi fascisti intolleranti e violenti distaccarono ogni giorno più il fascio dal nostro popolo. Melegnano conobbe privazioni, fame, miseria, paura e minacce. Nonostante il continuo alternarsi alla segreteria politica di persone che a livello personale erano ineccepibili, tuttavia il divorzio tra strati popolari e gruppi fascisti diventava più profondo. Dalla decadenza politica e morale si arrivò alla intollerabilità: nulla più rimaneva del primo partito nazionale fascista, dove almeno qualche punto programmatico poteva essere positivo. I melegnanesi avevano paura, tanta paura, e sospettavano lo spionaggio anche tra le pareti domestiche: per la prima volta i rapporti tra popolo e dirigenti comunali, nella lunga storia secolare, non erano polemici e dialettici o contestatari, ma si concretavano solo nell’odio più cordiale. Sì crearono allora tutti i presupposti per la lotta della liberazione con la Resistenza. Melegnanesi illustri Anche in questi anni si distinsero parecchi concittadini, alcuni dei quali sono degni di esplicita menzione. Castelli Giuseppe (1878-1945). Laureato in giurisprudenza ed in chimica farmaceutica. Commissario prefettizio a Melegnano nel 1921-1922. Sistemò l’amministrazione scossa da lotte politiche, risanò le finanze, meritandosi il riconoscimento del Ministero degli Interni. Per 25 anni giudice conciliatore di Melegnano. Fu presidente di molte commissioni amministrative. Divenne, con Alessandro Maggi l’animatore per le celebrazioni delle commemorazioni della battaglia dell’8 Giugno 1859. Ricercatore di storia locale; scrittore fecondo ed oratore illustre. Castellini Clateo (1858-1935). Ingegnere e gerente della ditta Trombini e C. divenuta poi Broggi-Izar. Sebbene fosse nato a Milano amava Melegnano come sua seconda patria. Fu insignito di medaglia d’oro dal Ministero per l’Istruzione Pubblica e di una onorificenza di Vittorio Emanuele III per i suoi aiuti agli Enti locali melegnanesi. Fu presidente del Ricovero dei Vecchi nel 1894 e donò la località detta « Il Castellazzo » al Ricovero dei Vecchi perché tale istituzione benefica potesse essere eretta in Ente morale, come difatti avvenne il 25 maggio 1911, lasciando anche una forte somma in banca per i bisogni più immediati del Ricovero. Fugazza Battista (1903-1927), giovane appartenente al Corpo Musicale San Giuseppe e all’Unione Giovani Cattolici. Morì per i maltrattamenti operati da alcuni “fascisti”. Maestri Giovanni, musicista diplomato al Conservatorio di Milano. Si trasferì prima a Malmo in Svezia; poi, nel 1915 ad Helsinki in Finlandia. In data 16 giugno 1919 l’orchestra di Stato finlandese si chiamava ufficialmente « Orchestra di Stato Giovanni Maestri ». Marovelli Antonio, ginnasta olimpionico nel 1920 ad Anversa. Primo assoluto nel 1924 ai Campionati di Firenze di ginnastica artistica. Fondatore dell’Unione Sportiva Melegnanese nel 1926. Membro della « Virtus et Labor » di Melegnano portò entusiasmo e nuova tecnica. Morì sotto il bombardamento anglo-americano di Milano il 13 agosto 1943. Marziali Gaetano (1875-1942) compositore musicale, studiò al Conservatorio di Milano e conobbe Giuseppe Verdi. Ebbe un grande successo a Bologna il 26 ottobre 1930, quando si rappresentò la prima della sua opera « I Saturnali ». Meda Gaetano, consigliere comunale, assessore nel 1914 e poi negli anni 1919-21. Sindaco della Consulta comunale appena dopo la liberazione il 26 aprile 1945 per la lista del Socialismo. Eletto sindaco nella immediata successiva amministrazione. Morì il 16 settembre 1947. Origoni Pellegrino, un personaggio presente come consigliere e animatore nel settore politico, religioso, assistenziale, sociale. Fu consigliere comunale. Modesto, di vita esemplare, spese le sue energie al bene della cittadinanza dove il suo tempo e le sue capacità lo desideravano. I suoi funerali (morì il 20 gennaio 1934) furono un trionfo civico. |
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