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Schizzo storico
..da Milano e il suo territorio (1844)
Dall'inizio al 1000 I Galli, stanziati da immemorabile nel paese che poi formò il bel regno di Francia, o per soverchia popolazione, o per impulso di sopravvegnenti nazioni, o per amore d’imprese, varcarono le Alpi in una confederazione chiamata Ombra, cioè degli uomini, dei prodi.  Piaciutisi di paese qual è il nostro, con molti fiumi, con abbondanza di pascoli e vigneti, d’orzo e miglio ne' campi d' aceri, di pioppi, con foreste di quercie piene di maiali  ne snidarono i Siculi' i Veneti, i Liguri e stanziaronsi in tutta la valle del Po e dal nome loro e dalla posizione la chiamarono Is-Ombria o bassa Ombria, a differenza della Vil-Ombria o litorale e dell'0ll-Ombria o alto paese fra l’Apennino e l'Ionio. Da quell'antica migrazione gallica restarono al paese nostro il nome d'Insubria, alle nostre terre le tante denominazioni di celtica radice, al parlare l' accento, e alle fisionomie il tipo gallico, in ispecial modo nel contado, colla testa oblunga,la fronte larga ed alta, il naso ricurvo in basso, il mento prominente. Da alcuni secoli vi stavano, quando i Raseni o Etruschi, venuti per l'Alpi Rezie, li spossessarono della terra e dei secento loro villaggi. Gl’Insubri insofferenti del giogo, ripassarono le Alpi; pochi fra il Ticino e l'Adda difesero la loro selvaggia indipendenza. Fu forse in quel tempo che Castel Seprio si trovò capoluogo degl'Insubri, come una tradizione accenna. Intanto gli Etruschi, gente addestrata, alle capanne galliche sostituirono dodici città, capi d'altrettante divisioni politiche in questa che chiamarono Etruria nuova. Ma sei secoli avanti Cristo, gli Sciti irruppero sulle rive della Palude Meotide e del Ponto Eusino, respingendo di là i Cimri, che a vicenda rincacciarono dal Danubio e dal Reno i Galli. Questi, costretti a cercare altre stanze, parte da Sigoveso furono di là menati nella selva Ercinia e fra le Alpi Illiriche; Belloveso, con una banda di Biturigi, Edui, Arverni, Gessati, Ambarri, varcato il Monginevra, scese sulle terre dei Liguri Taurini, cacciò gli Etruschi dal paese posto tra i fiumi Ticino, Po, Serio, Adda, e scontratevi quelle reliquie degl’Insubri primitivi, l'ebbe per fausto augurio, e adottò pe' suoi il nome di Insubri. A questo modo possiam interpretare e conciliare le incerte tradizioni. Qui i Galli sostituirono la vita stabile all'errante, la casa alla tenda, la nazione alla tribù, la proprietà fissa alla illimitata; ma d'ogni coltura mancando, altro monumento non lasciarono che un campo o una borgata nella pianura tra Adda e Ticino, dove forse allora nell'ampio letto maggiori acque volgeano il Seveso e l'Olona , e la chiamarono Milano. Questo nome alcuno suppose derivato da due duci Medo e Olano altri latinamente da medio amnium: e chi da in medio lanae per la vulgata favola d'una scrofa lanosa qui trovata ma i Galli parlavano essi latino come gli eruditi dei cinquecento ?  Alla tedesca , lingua di quei popoli, May Land vorrebbe dire paese di maggio; e propriamente in gallico,Med lan significa fertile paese, e Met lan in mezzo alle pianure;  onde altri Mediolanum si scontrano in Francia. La servitù non tolse la feracia al suolo; la pace lasciò ristabilire e compiere le opere degli Etruschi, frenar fiumi, sanare paludi, roncar lande talchè frumento, miglio, ferro v abbondavano  trafficavasi di vino, di lane , di carne salata  e a pochissimo prezzo, che in prevenzione si convenia, vi trovavano albergo i viaggiatori. Una grande strada commerciale mettevali in comunicazione coi fratelli transalpini, passando pel colle di Tenda, poi pel litorale del Mediterraneo, fin a varcare i Pirenei orientali. Ogni borgata aveva un capo Gallo; ogni popolo un brenno. Con rozza e robusta religione veneravano le forze della natura, massime nel sacro orrore delle selve; i Druidi imponevano le leggi e la superstizione ai popoli, e con vittime umane placavano la collera di Esus e di Odino. Quanto fossero fieri il seppe Roma , che salvata, non dal1'oche del Campidoglio, ma dal valore di chi difende la patria, costituì un tesoro apposta, da non toccare se non quando i Galli minacciassero. Eppure essa conobbe non potersi tenere sicura finchè non dominasse la Gallia Cisalpina, com'essa intitolò l'Insubria nostra. Lucio Furio e Caio Flaminio consoli varcano dunque il Po coll’esercito; sconfitti. Rifuggono tra’ Cenomani, che nel 521 eran dalla Gallia venuti sul bresciano e veronese, e che disertando la causa nazionale, s'allearono ai Romani, i quali dal loro paese molestavano senza tregua l’Insubria. Allora i Galli tentano l'estremo di loro possa, e tratte dal tempio della dea della guerra le immobili bandiere d'oro che spiegavano ne' maggiori frangenti, raccolgonsi in 50 mila armati. Però ignudi e con spade lunghe e ottuse, non reggono al pilo romano e alla disciplina. Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio compirono l'impresa; Milano soccombette, poi l'altre città: guerra la più fiera che s'udisse, o per ostinazione degli animi, o per ardire de' cavalieri, o per atrocità di battaglie, o per numero d'eserciti e d'uccisi. Marcello, impadronitosi di Como e di ventotto castella in questi intorni, trionfò con 507 bandiere, 432 carrette, assai collane d'oro e scannò atrocemente il fiore dlei Gàlli a Giove.  Cosi perivano qui i Galli, quattro secoli dopo venuti con Belloveso: i Romani stabilirono quel terrore che chiamavano pace, mentre a baldanza scorrean fra l'Alpi rubando uomini per venderli, e i proconsoli moltiplicavano soperchierie a danno dei vinti. Dopo che Mario a Vercelli sbaragliò una nuova irruzione di Cimri,la Gallia Cisalpina fu ridotta a provincia, privilegiata fra l'altre, e Milano onorata del titolo di primaria città dell'Insubria, soggetta però a leggi e magistrati romani. Tra gli altri l' ebbe in governo Cicerone, il quale chiama i Galli i migliori e più virtuosi cittadini della repubblica, fior d'Italia, e che le colonie e i municipii loro viveano in meravigliosa concordia, sostegno ed ornamento principale di Roma. Anche Bruto uccisor di Cesare la governò, e i Milanesi per gratitudine gli alzarono una statua, e seppero rispettano anche dopo sconfitto. Ne' municipii il poter sovrano sedeva nelle assemblee del popolo, l'esecutivo nel senato dei decurioni, il giudiziale nei duumviri che pronunziavano di conserva col giudice. Erano dunque in certo modo repubbliche, sotto la protezione d'un impero: il che li facea prosperare; massime che l'esser lontani da Roma lasciava men sentire la crudeltà e l'ingordigia dei mostri che sedettero sul trono d’Augusto. Quando però si parla di diritti civili e nazionali, s'intenda sempre per quelli tra i nostri che erano potuti salire alla cittadinanza romana; gli altri restavano volgo senza nome, nè leggi, nè guarentigie oltre la popolazione della campagna, a cui le antiche istituzioni mai non posero mente oltre gl'innumerevol schiavi che sudavano sulle glebe o avvilivansi ne servigi personali  usati, abusati, venduti , uccisi come bestie. Già dopo la guerra sociale erasi esteso fino alle Alpi il diritto italico poi Giulio Cesare dittatore abbracciò la Gallia Cisaipina nella cittadinanza romana, e così Milano che fu ascritta alla Oufentina, una delle tribù della metropoli. Perciò teneva comizii proprii, e raccolti i voti li mandava suggellati a Roma, per valere come fossero dati di presenza. Nell'impero, la Gallia restava a immediata tutela del senato romano e soltanto ai tempi d'Adriano vi fu spedito un prefetto. I difensori della città, specie di tribuni, proteggevano il popolo. Milano, città grandissima e popolatissima, e capo della Gallia Cisalpina, diede alla poesia comica Cecilio Stazio: alla giurisprudenza Salvio Giuliano, compilator dell' Editto perpetuo e prefetto di Roma; e al trono imperiale Elvio Pertinace e Giuliano Didio, il quale comprò il diadema quando era avvilito a segno, che i pretoriani lo posero all'incanto. Tant'era divenuto immorale il dominio di Roma  Ad abbatter il quale e protestare in nome delle nazionalità contro la pretensione al dominio universale, venivano i Germani né più soltanto le provincie minacciavano, ma la stessa Italia. Allora parve necessario agl'imperadori sedere più vicino alle Alpi, e Milano fu l'eletta. Prima vi stavano a tempo, poi quando la difesa rese necessario dividere l'impero, Massimiano Erculeo qui si piantò stabilmente, e cinse la città d'una mura che girava dove ora la chiavica sotterranea detta Cantarana. La strada che oggi ancora più ampia volge per quel giro può designarne il contorno, minore di due miglia. Dentro aveva tutti gli abbellimenti che solcano i municipii romani; teatro a San Vittore de'legnaioli; circo alla Maddalena al cerchio; zecca a San Mattia alla moneta; un tempio di Giano a San Giovanni quattro faccie; antichìtà di cui non resta che il nome, e un colonnato dinanzi a San Lorenzo, avanzo rispettabile perchè unico. Ausonio poeta cantava, tutto in Milano esser mirabile; qui abbondanza di ogni cosa; qui belle case, doppio muro, circo e teatro, templi e palazzo, zecca e terme, marmorei portici, fecondi ingegni, costumi all'antica, sicchè non aveva di che invidiar Roma. Frattanto al mondo, regolato fin allora dalle spade e dalla inflessibile legge, preparavasi il dominio della giustizia e dello spirito. E’ tradizione incerta che san Barnaba recasse il vangelo a Milano, battezzasse nel fonte di Sant'Eustorgio, e vi costituisse vescovo Anatalone. Il benedetto seme fruttificò nel sangue, e tra i molti che qui suggellarono la fede colla morte, veneransi principalmente il milanese Sebastiano, Nazaro, Celso, Naborre, Felice, Gervaso, Protaso, periti al tempo di Costanzo. Finalmente da Milano appunto il gran Costantino pubblicò la legge ove tollerava qualunque religione, primo passo a render dominante la vera. Nel 355 qui si raccolse un concilio di più che trecento vescovi, per risolvere alcune controversie nate nella Chiesa, la principale delle quali fu l'arianesimo, che impugnava la divinità di Cristo, e che qui dominava all'ombra imperiale. Pietà vera e insensata superstizione associano a tale eresia il nome del più gran vescovo nostro. Morto il cappadoce Aussenzio, vescovo ariano, i Cattolici contrastavano cogli Ariani per l'elezione del successore. Pertanto il governatore Ambrogio da Treveri si presentò ai comizii elettorali per tenerli in dovere, ma appena entrò, tutti ad una gridarono, Sii vescovo tu stesso. Egli, che non era tampoco battezzato, tentò ogni via di sottrarsi a quel peso; ma a segni prodigiosi conosciuto il voler divino, vi si sottomise; e distribuito il suo danaro ai poveri, i beni alla Chiesa, salvo l'usufrutto alla sorella Marcellina, affidò l'amministrazione di sua casa al fratello Satiro, e si applicò tutto al santo ministero. Studiò le scritture, tanto da divenir il primo dottore dell'Occidente; nè ciò lo sviava dal visitare spedali e poveri, ascoltar richiami, dare spaccio a cento affari che allora recavansi al vescovo, il quale, al lentarsi dell'amministrazione imperiale, era ogni cosa nella città. L'imperator Valentiniano morendo lasciò a lui raccomandati i suoi figliuoli; lui incaricò d'andar a dissuadere l’imperatore Massimo dall'invadere l'Italia  lui di ridomandar il cadavere dell’ucciso imperatore Graziano da lui l'imperatore Teodosio sentiva verità ingrate e la distinzione fra il sacerdozio e l'impero; sicchè diceva : Solo Ambrogio conosco che di vescovo porti degnamente il nome. Avendo quei di Tessalonica in tumulto abbattuto le statue imperiali, Teodosio abbandonò quella città al furor militare. Ma che? quand'egli si presentò alla basilica Porziana (San Vittore), Ambrogio gliene vietò l'ingresso e la comunione, sinchè con lunga penitenza non ebbe espiato pubblicamente quel sangue. Insieme Ambrogio forniva di vescovi le chiese che mai non n'aveano avuto; visitava e incoraggiava gli altri, e talvolta li raccoglieva a concilio, interponevasi a favore de' rei di Stato riscattava cogli ori delle chiese i prigionieri rappresentava insomma con dignità ed amore il tribunato in nome di Cristo. Indusse Graziano imperatore a levare le pubbliche prebende ai ministri del culto pagano. Ma Giustina, madre dell'imperatore Valentiniano qui sedente, pretendeva che, delle due chiese di Milano, una fosse ceduta agli Ariani. Ambrogio si oppone citato alla Corte, è seguito per ispontanea premura da tutta la città, sicchè l'imperatrice è costretta promettere di non violare la religione. Bugiarda promessa  Nella solenne mestizia della settimana santa gli uffiziali di palazzo recansi alla basilica Porziana, poi alla nuova (Sant'Amhrogio) per disporle a ricevere gli Ariani. Il popolo minacciava tumulto, ma Ambrogio il calmò, mostrando non doversi la verità difendere coll' anni, ma coll'attiva sofferenza c colla passiva opposizione; e nel vasto recinto del tempio dì e notte li tenne, introducendo per ricrearli il canto alternativo come in Oriente. Così agli Ariani non venne fatto d’occupar le chiese. Noi dovevamo narrarvi a lungo le cure d' un pastore che per ventidue anni fu anima della Chiesa d'Occidente, e che tuttora si venera con affetto. Ma quando il vediamo sugli stendardi armato di flagello e a cavallo, e udiamo che fè tal macello degli Ariani, che il sangue ne corse a rivi innanzì a Santo Stefano: che San Nazaro Pietrasanta ha nome dal sasso dal quale montò a cavallo per inseguirli fino a Varese, ove alzò la Madonna del Monte in memoria del quale loro sterminio, rammentiamo ch'egli diceva: Tirannide del sacerdote è la sua debolezza; l'armi che Cristo mi vestì sono l'orazione, la misericordia, il digiuno, e che non volle mai ammettere alla sua comunione Itacio vescovo spagnuolo, ch'era stato cagione della morte di Prisciliano eresiarca. Non va da lui scompagnato Agostino africano, che qui venuto maestro di rettorica, e compunto dall'eloquenza di Ambrogio, sostenne lunga lotta fra le passioni e la grazia, sinchè fu convertito da manicheo in gran santo. Contrasta alcuno al vescovo di Milano d'allora il diritto metropolitico, cioè d'esser capo de' vescovi della provincia; altri invece lo estendono sino a ventuna diocesi, anche remotissime, non riflettendo come l'operosità di un santo quale Ambrogio, potesse, per zelo proprio o per pontificia delegazione, esercitarsi anche oltre i limiti non ancor bene assegnati nella Chiesa, allor allora uscente dalle persecuzioni. Il titolo d'arcivescovo trovasi dato primamente nel 777 a Tommaso. Era eletto dal popolo e dal clero, ordinato dai vescovi suffraganei, i quali a vicenda erano da esso consacrati; decideva delle cause maggiori, radunava i concilii provinciali; e le ricchezze e la dignità di questa Chiesa il rendeano appena secondo al papa. Nè della dignità ecclesiastica era minore la civile. Divisa da Costantino la penisola in due parti, il vicario d'Italia sedeva in Milano governando sette provincie: la Liguria (nel qual nome era compreso il milanese), l'Emilia, la Flaminia il Piceno annonario, la Venezia coll'Istria, le Alpi Cozzie e le due Rezie. Quando poi Teodosio spartì in due tutto l'impero, Costantinopoli fu metropoli dell' orientale, dell' occidentale Milano, da cui dipendevano Italia, Africa, Gallia, Spagna Bretagna Norico, Pannonia, Dalmazia, mezza Illiria. Intanto soprarrivava il torrente de'Barbari e l'unno Attila flagello di Dio distrusse questa città, sicchè non potette più esser sede degl'imperatori. Quando l'imperio d'Occidente crollò, dominò per brev'ora Odoacre, indi i Goti con Teodorico; ma gl'imperatori d'Oriente pretendendo l'Italia, intrapresero la prima di quelle liberazioni, generose soltanto in promesse. Dazio, nostro vescovo, ed alcuni privati andarono per concertarsi con Belisario generale greco sul modo d'agevolarela cacciata de' Barbari. Belisario, ricevutili con liete accoglienze, manda un pugno di gente; ma Uraia, nipote del re goto Vitige, sorprende e stermina Milano, uccidendo e menando schiavi quanti trova. Stette da quel punto umiliata la capitale dell' Insubria: pure, al cader del regno gotico molti di nuovo s’erano accolti intorno agli antichi focolari, e Narsete cominciava a ricingerla di mura, quando giunse, non più un esercito, ma una gente intera, i Longobardi, che doveano lasciarci il loro nome. Milano era sì basso, che i costoro re posero sede nella vicina Pavia, imponendo a noi per duca uno dei capi dell'esercito, che spartì fra' suoi fedeli le nostre terre, e gli abitanti ridusse a condizione di servi. Sotto stranieri e barbari, cui legge unica era il talento proprio, unica cura la propria nazione, miserrimi vissero i padri nostri: ma come mai non deposero i conquistatori l’arroganza, così i conquistati non deposero il dispetto. Nelle città però chi attendeva alle poche arti e alla mercatura pagava un terzo di sue fatiche al Longobardo, e il Longobardo avevagli alcun rispetto, perchè, perendo lui, sarebbe perito il suo avere; all'incontro la campagna, se il coltivatore l’abbandonasse, veniva data a lavorare a un altro, onde nessun interesse traeva il Longobardo a trattarlo meglio che schiavo. Era così la nostra gente divisa in servi della gleba e in
cittadini censuali appartenenti gli uni e gli altri o al duca o al rè che li faceva amministrar da un gastaldo. Milano aveva il duca, la cui corte era al Cordusio (curia ducis), e il gastaldo, oltre gli sculdasci, capi di cento, e i decani, capi di dieci arimanni, vale a dire liberi Longobardi che componevano l’esercito. Viveano dunque nella nostra città liberi Longobardi, nobili Longobardi, Italiani censuali del re o de' nobili, e Italiani servi. Che coraggio potevan avere i nostri d'abbellire una patria, che non dava nè compiacenza, nè sicurezza' nè giustizia? Allorchè Cario Magno fu invitato dai papi a sconfiggere cotesti padroni, i Longobardi, che avevano avute terre in beneficio dai loro re, fecero omaggio al re franco i duchi mutaronsi in conti, con pari autorità ma minore indipendenza: gli scabini, persone probe ed esperte, scelte fra i liberi, assistevano ai giudizii: ma la gente indigena rimase tuttavia serva ai vincitori de’ suoi prischi padroni. E ancor la religione era il conforto delle sue miserie, né dimenticheremo come il primo ricovero di trovatelli che si conosca fu qui aperto nel 787 dall'arciprete Dateo. I preti, tolti dal popolo, eran al popolo di sostegno, sicchè all’alzarsi di quelli , questo pure doveva rigenerarsi. Il clero, sotto i Longobardi, era tenuto in assoluta soggezione;  anzi, finchè furono ariani, per lo più avea due vescovi ogni città, uno cattolico, uno di quella credenza. Carlo Magno per consolidare il nuovo suo dominio, avendo bisogno de' sacerdoti, li fece intervenir alle assemblee, considerandoli pari agli altri possidenti. Ecco dunque aperto un campo ai nostri per entrar nella classe dominatrice coll'ascriversi al clero; o almeno (li sottrarsi al dominio secolare offerendosi in soggezione (oblati) ai vescovi ed alle Chiese. In tal modo crebbe l'autorità episcopale, e l’arcivescovo nostro restò il personaggio più ragguardevole in Lombardia, e contrappeso all'armata potenza dei conti. Il popolo volentieri vedeva allargarsi la giurisdizione ecclesiastica, perchè n'aveva giudizii più retti, più disinteressati, resi da fratelli suoi, non da stranieri, e più umani perchè li consideravano non come vinti e schiavi, ma come fratelli in Cristo. Il voto popolare favoriva dunque l'incremento de' vescovi; sicchè sotto ai deboli successori del Magno questi poterono trarre a sè il diritto di conferire la corona d'Italia. Per tanto i re, onde tenerseli amici, rendevano immune dai conti la città ove quelli sedevano: e in tal modo i vescovi congiungeano al pastorale la spada e la bilancia, e queste confidavano in loro nome ai viceconti. E i vescovi provvidero anche ai vinti: e il nostro, cogli altri di Lombardia eleggendo il re, disponevano che  “gli uomini plebei e tutti i figli della Chiesa liberamente usassero delle proprie leggi; il fisco non esigesse da loro più del dovuto; non fossero oppressi con violenze; e se il conte del luogo non facesse loro giustizia, restasse scomunicato”. Gli arcivescovi nostri, indipendenti dal re, scelti non per nascita, ma dal clero e dal popolo, e riconoscendo un superiore e insieme protettor poderoso nel papa, restavano salutare mediazione fra l'impero e i sudditi; il clero, istruendo il basso popolo, e rimbrottando gli eccessi dei re, quello a questi ravvicinava, e creava il supremo potere dell' opinione. Contrastavano ai vescovi i feudatarii o capitanei, collocati alla campagna; ma costretti a lottar con quelli e coi re, sminuzzavano i loro dominii scompartendoli ad altri (valvassori, vassi vassorum), coll'obbligo di fornire armati. Quindi attendevano a crescere la popolazione, e il sorgere del basso popolo era agevolato quanto men compatta rendevasi la dominazione de' baroni; sicchè in questa lotta di re, vescovi e baroni, infelicissima di guerre parziali, la mutua gelosia gl'induceva a sollevare i plebei per averne appoggio. Noi ci arrestiamo volentieri su questi passi de' secoli più oscuri, sì perchè trascurati, sì perchè la storia particolare nulla offre di rilevante, sì perchè troppo importa il vedere come, da servi, noi diventassimo uomini, poi cittadini. Non consta quando l’arcivescovo nostro ottenesse 1' immunità, cioè il diritto di giudicare e deliberare siccome già faceva il conte. Però Ansperto da Biassono già appare potente, non solo nelle elezioni dei re, ma nella città stessa, che difese di mura, abbellì con edifizii, e singolarmente coll' atrio di Sant' Ambrogio, il più bell' avanzo d’architettura dopo i Romani.  I vescovi fatti potenti, trovarono di poter conferire la corona d'Italia, non più a stranirì ma a nostrali, e Berengario duca del Friuli fu dal nostro arcivescovo Anselmo incoronato. Gli disputarono quella dignità i re di Germania poi Lamberto duca di Spoleti, eletto da una fazione contraria al nostro arcivescovo, assediò anche e prese Milano. Qui cominciano le gare fra varii re, duranti le quali l'arcivescovo e il popolo crescevano d'importanza, perchè gli emuli cercavano amicarseli con doni e privilegi. Sopraggiunse intanto nuovo flagello, gli Ungheri, gente barbara che venuta dal Danubio, scorrea sui leggerissimi cavalli la campagna devastando. Non essendovi un potere unico capace di respingerli, conviene che ciascuno pigli le armi, munisca la propria città o il villaggio o il monastero  e così i nostri si trovarono armati. Poi chiamati a parteggiare nelle fazioni tra i varii re, indi nella lotta fra il sacerdozio e l’impero, acquistarono la conoscenza delle proprie forze. Passata la corona imperiale ai Tedeschi, fu l'Italia unita alle sorti dell'Alemagna. Non già che quegli imperatori la padroneggiassero, bensì n’avevano l'alto dominio: principati, repubbliche, contadi, signorie, governavansi a proprio piacimento, obbligati soltanto a prestare un omaggio di sovranità e il servizio militare. Gli elettori tedeschi sceglievano il re di Germania, che ad Aquisgrana prendea la corona d'argento; poi sceso, e dai signori e vescovi nostri riconosciuto, era consacrato re d'Italia a Milano o a Monza colla corona di ferro: passando allora a Roma vi ricevea dal papa la corona d' oro e il titolo d'imperatore. I Lombardi gli pagavano il viaggio; egli se n'andava, e spesso non ricompariva più; e i signori tornavano a fare ogni lor voglia come indipendenti. Onde reprimere questi feudatarii irrequieti, Ottone il Grande trovò opportuno di farsi amici i Comuni col riconoscere i privilegi che già eransi procacciati a poco a poco. Quando Landolfo arcivescovo ottenne intera la giurisdizione di conte in questa città e tre miglia in giro' sicchè nominava i magistrati e dava loro la spada, i nobili si opposero' ma falliti nell'impresa, accettarono feudi da esso, che unirono ai beni lor proprii. Salito a questa sede Eriberto da Cantù, uom risoluto e costante, pretese che in conseguenza essi fossero uomini suoi e vassalli: ma se i capitani aderirono seco nella speranza di soperchiare gli altri, i minori vassalli fecero una lega (la motta) e presero le armi. Vinti a Campomalo, chiesero aiuto ai nobili del contado, mentre Eriberto invitò Corrado, re di Germania, a venire per la corona di ferro. Scende egli; l'arcivescovo (tant' era ricco) il tratta per più settimane con tutta la sua corte, poi gli fornisce truppe per soggiogare i Pavesi: ma l'imperadore, uditi i lamenti e ingelosito dalla potenza clericale, imprigiona Eriberto. Questi trova modo a fuggirgli, ed entrato in Milano, preparasi alla difesa, mentre Corrado per contrariarlo ripristina ne' diritti la libera nobiltà. Arcivescovo, governatore e generale, dovendo Eriberto condurre milizie ragunaticcie contro nobili: dalla fanciullezza abituati alle armi, per mantenere l'ordinanza inventò il carroccio, carro tratto da buoi riccamente addobbati, sovra il quale ondeggiava lo stendardo di sant'Ambrogio: una campanella facea vece di tamburo; il crocifisso e l’altare su cui celebravansi i riti, io rendeano sacro. I cittadini , prese le armi che forniva il caso a ciascuno. non intendevano di disciplina e di guerresche disposizioni; ma sapevano che bisognava tenersi ristretti ad esso carro, il quale procedendo lento frenava l’ardor negli attacchi, lo scompiglio nelle ritirate. A questo modo 1' arcivescovo trionfò dell’imperatore e dei nobili, i quali dovettero calar a patti, entrare in città, sottomettersi alle comuni condizioni: talchè trovandosi sotto la giurisdizione medesima i liberi cittadini e i vassalli, restò costituito il libero Comune. Ma le contese fra quei due corpi si prolungarono e la plebe favoriva piuttosto ai liberi, memore delle prepotenze dei vassalli, e intanto acquistava alcuni privilegi che l’avvicinavano alla condizione di quelli. Nè per privilegi intendiate diritti di comandare; a tanto non aspirava la plebe, ma voleva non fosse lecito ai nobili il trattarla come bestie, non il potere per sette lire e un soldo uccidere qualunque plebeo non crescerle a talento le angarie personali. Traeva dunque il fiato la plebe, e questo miglioramento della condizione personale si manifestò, non in un mutamento di costituzione, ma nel maggior fiore del paese. A ciò promuovere servirono non poco le contese del clero. Era l'arcivescovo nominato dal popolo e dai cardinali, cioè canonici ordinarii della metropolitana, i quali lo sceglievano nella chiesa propria , affinchè il pastore conoscesse le agnelle sue ed esse lui. Posto così insigne era ambito, e spesso cercato con brogli e sin a danaro; i re, sentendo quanto importasse collocarvi un loro fedele, pretendevano nominarlo o designarlo almeno poi investirlo essi medesimi, in grazia dei feudi ch'egli tenea dalla corona. Avrebbe così perduto la Chiesa quell’indipendenza, ch'era tanto a lei necessaria per rendersi tutela della giustizia contro la prepotenza; onde il cardinal Ildebrando divenuto poi papa Gregorio VII°, s’oppose a tutt'uomo alle investiture secolari, venendone guerra diuturna contro gli imperatori. Anselmo da Baggio, canonico ordinario della chiesa nostra, il suddetto Ildebrando e san Pier Damiani adoprarono efficacemente per ridurre la metropoli milanese in maggiore soggezione al papa come: legati pontifizii poneano mano ne'diritti dell' arcivescovo, abolirono le tasse simoniache che questo soleva esigere per le ordinazioni e lo costrinsero a giurare sommessione alla santa sede. Ma per svellere gli abusi dalla radice, era duopo staccar il clero dalle cose temporali. Ab antico durava che i preti menassero moglie, pretendendo una concessione di sant' Ambrogio; ma alla disciplina ecclesiastica allora trovavasi conveniente l’esigere il celibato, massime per evitare che divenissero ereditarii i benefizii e le cure  e che i gradi ecclesiastici non si dessero per nascita, come era avvenuto de' civili e militari, ma solo per merito. Arialdo diacono e Landolfo cherico predicarono a gran voce contro i preti concubinarii; la plebe insultò questi, ne saccheggiò le case, li trasse dagli altari e dal coro  ma essi, per passione, per interessi, per affetti resistettero fin colle armi, e per trent' anni fu tutta dissidii e scandalo la città. Il predetto Anselmo, salito papa col nome di Alessandro II° armò campione. della Chiesa il milanese Erlembaldo e gli diede la bandiera acciocchè venisse a combattere i preti concubinarii, ed escluderli dall'altare. Usò Erlembaldo autorità e forza; e avendo la parte contraria resistito e ucciso Arialdo, egli devastò i campi, smantellò le terre e scompigliò i sacrifizii de' renitenti, finchè i nobili, da cui erano i principali dei clero, corsero in città coi loro vassalli, e lo trucidarono. Il vigore di Gregorio VII° giunse però e a soggettare la Chiesa milanese e a ridurre i sacerdoti al celibato e il voto popolare venerò sugli altari quelli ch'eransi opposti alla simonia ed al concubinato. Queste guerre intestine diedero l’ultima mano all'emancipazion della plebe milanese. Già avea cacciato di città l’arcivescovo Eriberto, e tenutolo fuori più di due anni, col che s'accorse di poter senza lui governarsi nel temporale. Più lo conobbe nelle lunghe vacanze che i predetti scismi produssero. Avendo Enrico imperatore eletto ad arcivescovo Guidone plebeo, i canonici nobili lo disprezzavano , e in una solennità piantaronlo tutto solo all’altare. Poi nacquero dissensioni fra varii eletti, quando il papa ricusava riconoscere quelli nominati dal clero senza intervenzione sua, e intanto il popolo imparò a reggersi senza arcivescovo, come già faceva senza conte. L'imperatore Enrico, in guerra col papa' non poteva frenare quel movimento, onde i Comuni si costituirono, associaronsi fra loro, tolsero la giurisdizione ai baroni o ai vescovi, e comprati od usurpati o carpiti - un dopo l’ altro i diritti di quelli, gli affidavano a magistrati eletti da loro stessi, onde gli scabini o probiviri esercitarono la giurisdizione col nome di consoli. Questo titolo era una rimembranza de'tempi romani; e sulle vestigia ancor rimaste degli ordinamenti municipali del basso impero, si foggiò il nuovo Comune di Milano e delle altre città. Di tre corpi componevasi: capitani, cioè vassalli immediati del re  valvassori che teneano feudi dai capitani; in fine liberi cittadini, e tutti concorrevano nel gran consiglio a far le proprie leggi ed eleggere i molti consoli che costituivano il governo.
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