Dall'inizio
al 1000 |
I
Galli, stanziati da immemorabile nel paese che poi formò il bel
regno di Francia, o per soverchia popolazione, o per impulso di sopravvegnenti
nazioni, o per amore d’imprese, varcarono le Alpi in una confederazione
chiamata Ombra, cioè degli uomini, dei prodi. Piaciutisi di
paese qual è il nostro, con molti fiumi, con abbondanza di pascoli
e vigneti, d’orzo e miglio ne' campi d' aceri, di pioppi, con foreste di
quercie piene di maiali ne snidarono i Siculi' i Veneti, i Liguri
e stanziaronsi in tutta la valle del Po e dal nome loro e dalla posizione
la chiamarono Is-Ombria o bassa Ombria, a differenza della Vil-Ombria o
litorale e dell'0ll-Ombria o alto paese fra l’Apennino e l'Ionio. Da quell'antica
migrazione gallica restarono al paese nostro il nome d'Insubria, alle nostre
terre le tante denominazioni di celtica radice, al parlare l' accento,
e alle fisionomie il tipo gallico, in ispecial modo nel contado, colla
testa oblunga,la fronte larga ed alta, il naso ricurvo in basso, il mento
prominente. Da alcuni secoli vi stavano, quando i Raseni o Etruschi, venuti
per l'Alpi Rezie, li spossessarono della terra e dei secento loro villaggi.
Gl’Insubri insofferenti del giogo, ripassarono le Alpi; pochi fra il Ticino
e l'Adda difesero la loro selvaggia indipendenza. Fu forse in quel tempo
che Castel Seprio si trovò capoluogo degl'Insubri, come una tradizione
accenna. Intanto gli Etruschi, gente addestrata, alle capanne galliche
sostituirono dodici città, capi d'altrettante divisioni politiche
in questa che chiamarono Etruria nuova. Ma sei secoli avanti Cristo, gli
Sciti irruppero sulle rive della Palude Meotide e del Ponto Eusino, respingendo
di là i Cimri, che a vicenda rincacciarono dal Danubio e dal Reno
i Galli. Questi, costretti a cercare altre stanze, parte da Sigoveso furono
di là menati nella selva Ercinia e fra le Alpi Illiriche; Belloveso,
con una banda di Biturigi, Edui, Arverni, Gessati, Ambarri, varcato il
Monginevra, scese sulle terre dei Liguri Taurini, cacciò gli Etruschi
dal paese posto tra i fiumi Ticino, Po, Serio, Adda, e scontratevi quelle
reliquie degl’Insubri primitivi, l'ebbe per fausto augurio, e adottò
pe' suoi il nome di Insubri. A questo modo possiam interpretare e conciliare
le incerte tradizioni. Qui i Galli sostituirono la vita stabile all'errante,
la casa alla tenda, la nazione alla tribù, la proprietà fissa
alla illimitata; ma d'ogni coltura mancando, altro monumento non lasciarono
che un campo o una borgata nella pianura tra Adda e Ticino, dove forse
allora nell'ampio letto maggiori acque volgeano il Seveso e l'Olona , e
la chiamarono Milano. Questo nome alcuno suppose derivato da due duci Medo
e Olano altri latinamente da medio amnium: e chi da in medio lanae per
la vulgata favola d'una scrofa lanosa qui trovata ma i Galli parlavano
essi latino come gli eruditi dei cinquecento ? Alla tedesca , lingua
di quei popoli, May Land vorrebbe dire paese di maggio; e propriamente
in gallico,Med lan significa fertile paese, e Met lan in mezzo alle pianure;
onde altri Mediolanum si scontrano in Francia. La servitù non tolse
la feracia al suolo; la pace lasciò ristabilire e compiere le opere
degli Etruschi, frenar fiumi, sanare paludi, roncar lande talchè
frumento, miglio, ferro v abbondavano trafficavasi di vino, di lane
, di carne salata e a pochissimo prezzo, che in prevenzione si convenia,
vi trovavano albergo i viaggiatori. Una grande strada commerciale mettevali
in comunicazione coi fratelli transalpini, passando pel colle di Tenda,
poi pel litorale del Mediterraneo, fin a varcare i Pirenei orientali. Ogni
borgata aveva un capo Gallo; ogni popolo un brenno. Con rozza e robusta
religione veneravano le forze della natura, massime nel sacro orrore delle
selve; i Druidi imponevano le leggi e la superstizione ai popoli, e con
vittime umane placavano la collera di Esus e di Odino. Quanto fossero fieri
il seppe Roma , che salvata, non dal1'oche del Campidoglio, ma dal valore
di chi difende la patria, costituì un tesoro apposta, da non toccare
se non quando i Galli minacciassero. Eppure essa conobbe non potersi tenere
sicura finchè non dominasse la Gallia Cisalpina, com'essa intitolò
l'Insubria nostra. Lucio Furio e Caio Flaminio consoli varcano dunque il
Po coll’esercito; sconfitti. Rifuggono tra’ Cenomani, che nel 521 eran
dalla Gallia venuti sul bresciano e veronese, e che disertando la causa
nazionale, s'allearono ai Romani, i quali dal loro paese molestavano senza
tregua l’Insubria. Allora i Galli tentano l'estremo di loro possa, e tratte
dal tempio della dea della guerra le immobili bandiere d'oro che spiegavano
ne' maggiori frangenti, raccolgonsi in 50 mila armati. Però ignudi
e con spade lunghe e ottuse, non reggono al pilo romano e alla disciplina.
Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio compirono l'impresa; Milano soccombette,
poi l'altre città: guerra la più fiera che s'udisse, o per
ostinazione degli animi, o per ardire de' cavalieri, o per atrocità
di battaglie, o per numero d'eserciti e d'uccisi. Marcello, impadronitosi
di Como e di ventotto castella in questi intorni, trionfò con 507
bandiere, 432 carrette, assai collane d'oro e scannò atrocemente
il fiore dlei Gàlli a Giove. Cosi perivano qui i Galli, quattro
secoli dopo venuti con Belloveso: i Romani stabilirono quel terrore che
chiamavano pace, mentre a baldanza scorrean fra l'Alpi rubando uomini per
venderli, e i proconsoli moltiplicavano soperchierie a danno dei vinti.
Dopo che Mario a Vercelli sbaragliò una nuova irruzione di Cimri,la
Gallia Cisalpina fu ridotta a provincia, privilegiata fra l'altre, e Milano
onorata del titolo di primaria città dell'Insubria, soggetta però
a leggi e magistrati romani. Tra gli altri l' ebbe in governo Cicerone,
il quale chiama i Galli i migliori e più virtuosi cittadini della
repubblica, fior d'Italia, e che le colonie e i municipii loro viveano
in meravigliosa concordia, sostegno ed ornamento principale di Roma. Anche
Bruto uccisor di Cesare la governò, e i Milanesi per gratitudine
gli alzarono una statua, e seppero rispettano anche dopo sconfitto. Ne'
municipii il poter sovrano sedeva nelle assemblee del popolo, l'esecutivo
nel senato dei decurioni, il giudiziale nei duumviri che pronunziavano
di conserva col giudice. Erano dunque in certo modo repubbliche, sotto
la protezione d'un impero: il che li facea prosperare; massime che l'esser
lontani da Roma lasciava men sentire la crudeltà e l'ingordigia
dei mostri che sedettero sul trono d’Augusto. Quando però si parla
di diritti civili e nazionali, s'intenda sempre per quelli tra i nostri
che erano potuti salire alla cittadinanza romana; gli altri restavano volgo
senza nome, nè leggi, nè guarentigie oltre la popolazione
della campagna, a cui le antiche istituzioni mai non posero mente oltre
gl'innumerevol schiavi che sudavano sulle glebe o avvilivansi ne servigi
personali usati, abusati, venduti , uccisi come bestie. Già
dopo la guerra sociale erasi esteso fino alle Alpi il diritto italico poi
Giulio Cesare dittatore abbracciò la Gallia Cisaipina nella cittadinanza
romana, e così Milano che fu ascritta alla Oufentina, una delle
tribù della metropoli. Perciò teneva comizii proprii, e raccolti
i voti li mandava suggellati a Roma, per valere come fossero dati di presenza.
Nell'impero, la Gallia restava a immediata tutela del senato romano e soltanto
ai tempi d'Adriano vi fu spedito un prefetto. I difensori della città,
specie di tribuni, proteggevano il popolo. Milano, città grandissima
e popolatissima, e capo della Gallia Cisalpina, diede alla poesia comica
Cecilio Stazio: alla giurisprudenza Salvio Giuliano, compilator dell' Editto
perpetuo e prefetto di Roma; e al trono imperiale Elvio Pertinace e Giuliano
Didio, il quale comprò il diadema quando era avvilito a segno, che
i pretoriani lo posero all'incanto. Tant'era divenuto immorale il dominio
di Roma Ad abbatter il quale e protestare in nome delle nazionalità
contro la pretensione al dominio universale, venivano i Germani né
più soltanto le provincie minacciavano, ma la stessa Italia. Allora
parve necessario agl'imperadori sedere più vicino alle Alpi, e Milano
fu l'eletta. Prima vi stavano a tempo, poi quando la difesa rese necessario
dividere l'impero, Massimiano Erculeo qui si piantò stabilmente,
e cinse la città d'una mura che girava dove ora la chiavica sotterranea
detta Cantarana. La strada che oggi ancora più ampia volge per quel
giro può designarne il contorno, minore di due miglia. Dentro aveva
tutti gli abbellimenti che solcano i municipii romani; teatro a San Vittore
de'legnaioli; circo alla Maddalena al cerchio; zecca a San Mattia alla
moneta; un tempio di Giano a San Giovanni quattro faccie; antichìtà
di cui non resta che il nome, e un colonnato dinanzi a San Lorenzo, avanzo
rispettabile perchè unico. Ausonio poeta cantava, tutto in Milano
esser mirabile; qui abbondanza di ogni cosa; qui belle case, doppio muro,
circo e teatro, templi e palazzo, zecca e terme, marmorei portici, fecondi
ingegni, costumi all'antica, sicchè non aveva di che invidiar Roma.
Frattanto al mondo, regolato fin allora dalle spade e dalla inflessibile
legge, preparavasi il dominio della giustizia e dello spirito. E’ tradizione
incerta che san Barnaba recasse il vangelo a Milano, battezzasse nel fonte
di Sant'Eustorgio, e vi costituisse vescovo Anatalone. Il benedetto seme
fruttificò nel sangue, e tra i molti che qui suggellarono la fede
colla morte, veneransi principalmente il milanese Sebastiano, Nazaro, Celso,
Naborre, Felice, Gervaso, Protaso, periti al tempo di Costanzo. Finalmente
da Milano appunto il gran Costantino pubblicò la legge ove tollerava
qualunque religione, primo passo a render dominante la vera. Nel 355 qui
si raccolse un concilio di più che trecento vescovi, per risolvere
alcune controversie nate nella Chiesa, la principale delle quali fu l'arianesimo,
che impugnava la divinità di Cristo, e che qui dominava all'ombra
imperiale. Pietà vera e insensata superstizione associano a tale
eresia il nome del più gran vescovo nostro. Morto il cappadoce Aussenzio,
vescovo ariano, i Cattolici contrastavano cogli Ariani per l'elezione del
successore. Pertanto il governatore Ambrogio da Treveri si presentò
ai comizii elettorali per tenerli in dovere, ma appena entrò, tutti
ad una gridarono, Sii vescovo tu stesso. Egli, che non era tampoco battezzato,
tentò ogni via di sottrarsi a quel peso; ma a segni prodigiosi conosciuto
il voler divino, vi si sottomise; e distribuito il suo danaro ai poveri,
i beni alla Chiesa, salvo l'usufrutto alla sorella Marcellina, affidò
l'amministrazione di sua casa al fratello Satiro, e si applicò tutto
al santo ministero. Studiò le scritture, tanto da divenir il primo
dottore dell'Occidente; nè ciò lo sviava dal visitare spedali
e poveri, ascoltar richiami, dare spaccio a cento affari che allora recavansi
al vescovo, il quale, al lentarsi dell'amministrazione imperiale, era ogni
cosa nella città. L'imperator Valentiniano morendo lasciò
a lui raccomandati i suoi figliuoli; lui incaricò d'andar a dissuadere
l’imperatore Massimo dall'invadere l'Italia lui di ridomandar il
cadavere dell’ucciso imperatore Graziano da lui l'imperatore Teodosio sentiva
verità ingrate e la distinzione fra il sacerdozio e l'impero; sicchè
diceva : Solo Ambrogio conosco che di vescovo porti degnamente il nome.
Avendo quei di Tessalonica in tumulto abbattuto le statue imperiali, Teodosio
abbandonò quella città al furor militare. Ma che? quand'egli
si presentò alla basilica Porziana (San Vittore), Ambrogio gliene
vietò l'ingresso e la comunione, sinchè con lunga penitenza
non ebbe espiato pubblicamente quel sangue. Insieme Ambrogio forniva di
vescovi le chiese che mai non n'aveano avuto; visitava e incoraggiava gli
altri, e talvolta li raccoglieva a concilio, interponevasi a favore de'
rei di Stato riscattava cogli ori delle chiese i prigionieri rappresentava
insomma con dignità ed amore il tribunato in nome di Cristo. Indusse
Graziano imperatore a levare le pubbliche prebende ai ministri del culto
pagano. Ma Giustina, madre dell'imperatore Valentiniano qui sedente, pretendeva
che, delle due chiese di Milano, una fosse ceduta agli Ariani. Ambrogio
si oppone citato alla Corte, è seguito per ispontanea premura da
tutta la città, sicchè l'imperatrice è costretta promettere
di non violare la religione. Bugiarda promessa Nella solenne mestizia
della settimana santa gli uffiziali di palazzo recansi alla basilica Porziana,
poi alla nuova (Sant'Amhrogio) per disporle a ricevere gli Ariani. Il popolo
minacciava tumulto, ma Ambrogio il calmò, mostrando non doversi
la verità difendere coll' anni, ma coll'attiva sofferenza c colla
passiva opposizione; e nel vasto recinto del tempio dì e notte li
tenne, introducendo per ricrearli il canto alternativo come in Oriente.
Così agli Ariani non venne fatto d’occupar le chiese. Noi dovevamo
narrarvi a lungo le cure d' un pastore che per ventidue anni fu anima della
Chiesa d'Occidente, e che tuttora si venera con affetto. Ma quando il vediamo
sugli stendardi armato di flagello e a cavallo, e udiamo che fè
tal macello degli Ariani, che il sangue ne corse a rivi innanzì
a Santo Stefano: che San Nazaro Pietrasanta ha nome dal sasso dal quale
montò a cavallo per inseguirli fino a Varese, ove alzò la
Madonna del Monte in memoria del quale loro sterminio, rammentiamo ch'egli
diceva: Tirannide del sacerdote è la sua debolezza; l'armi che Cristo
mi vestì sono l'orazione, la misericordia, il digiuno, e che non
volle mai ammettere alla sua comunione Itacio vescovo spagnuolo, ch'era
stato cagione della morte di Prisciliano eresiarca. Non va da lui scompagnato
Agostino africano, che qui venuto maestro di rettorica, e compunto dall'eloquenza
di Ambrogio, sostenne lunga lotta fra le passioni e la grazia, sinchè
fu convertito da manicheo in gran santo. Contrasta alcuno al vescovo di
Milano d'allora il diritto metropolitico, cioè d'esser capo de'
vescovi della provincia; altri invece lo estendono sino a ventuna diocesi,
anche remotissime, non riflettendo come l'operosità di un santo
quale Ambrogio, potesse, per zelo proprio o per pontificia delegazione,
esercitarsi anche oltre i limiti non ancor bene assegnati nella Chiesa,
allor allora uscente dalle persecuzioni. Il titolo d'arcivescovo trovasi
dato primamente nel 777 a Tommaso. Era eletto dal popolo e dal clero, ordinato
dai vescovi suffraganei, i quali a vicenda erano da esso consacrati; decideva
delle cause maggiori, radunava i concilii provinciali; e le ricchezze e
la dignità di questa Chiesa il rendeano appena secondo al papa.
Nè della dignità ecclesiastica era minore la civile. Divisa
da Costantino la penisola in due parti, il vicario d'Italia sedeva in Milano
governando sette provincie: la Liguria (nel qual nome era compreso il milanese),
l'Emilia, la Flaminia il Piceno annonario, la Venezia coll'Istria, le Alpi
Cozzie e le due Rezie. Quando poi Teodosio spartì in due tutto l'impero,
Costantinopoli fu metropoli dell' orientale, dell' occidentale Milano,
da cui dipendevano Italia, Africa, Gallia, Spagna Bretagna Norico, Pannonia,
Dalmazia, mezza Illiria. Intanto soprarrivava il torrente de'Barbari e
l'unno Attila flagello di Dio distrusse questa città, sicchè
non potette più esser sede degl'imperatori. Quando l'imperio d'Occidente
crollò, dominò per brev'ora Odoacre, indi i Goti con Teodorico;
ma gl'imperatori d'Oriente pretendendo l'Italia, intrapresero la prima
di
quelle liberazioni, generose soltanto in promesse. Dazio, nostro vescovo,
ed alcuni privati andarono per concertarsi con Belisario generale greco
sul modo d'agevolarela cacciata de' Barbari. Belisario, ricevutili con
liete accoglienze, manda un pugno di gente; ma Uraia, nipote del re goto
Vitige, sorprende e stermina Milano, uccidendo e menando schiavi quanti
trova. Stette da quel punto umiliata la capitale dell' Insubria: pure,
al cader del regno gotico molti di nuovo s’erano accolti intorno agli antichi
focolari, e Narsete cominciava a ricingerla di mura, quando giunse, non
più un esercito, ma una gente intera, i Longobardi, che doveano
lasciarci il loro nome. Milano era sì basso, che i costoro re posero
sede nella vicina Pavia, imponendo a noi per duca uno dei capi dell'esercito,
che spartì fra' suoi fedeli le nostre terre, e gli abitanti ridusse
a condizione di servi. Sotto stranieri e barbari, cui legge unica era il
talento proprio, unica cura la propria nazione, miserrimi vissero i padri
nostri: ma come mai non deposero i conquistatori l’arroganza, così
i conquistati non deposero il dispetto. Nelle città però
chi attendeva alle poche arti e alla mercatura pagava un terzo di sue fatiche
al Longobardo, e il Longobardo avevagli alcun rispetto, perchè,
perendo lui, sarebbe perito il suo avere; all'incontro la campagna, se
il coltivatore l’abbandonasse, veniva data a lavorare a un altro, onde
nessun interesse traeva il Longobardo a trattarlo meglio che schiavo. Era
così la nostra gente divisa in servi della gleba e in
cittadini censuali appartenenti
gli uni e gli altri o al duca o al rè che li faceva amministrar
da un gastaldo. Milano aveva il duca, la cui corte era al Cordusio (curia
ducis), e il gastaldo, oltre gli sculdasci, capi di cento, e i decani,
capi di dieci arimanni, vale a dire liberi Longobardi che componevano l’esercito.
Viveano dunque nella nostra città liberi Longobardi, nobili Longobardi,
Italiani censuali del re o de' nobili, e Italiani servi. Che coraggio potevan
avere i nostri d'abbellire una patria, che non dava nè compiacenza,
nè sicurezza' nè giustizia? Allorchè Cario Magno fu
invitato dai papi a sconfiggere cotesti padroni, i Longobardi, che avevano
avute terre in beneficio dai loro re, fecero omaggio al re franco i duchi
mutaronsi in conti, con pari autorità ma minore indipendenza: gli
scabini, persone probe ed esperte, scelte fra i liberi, assistevano ai
giudizii: ma la gente indigena rimase tuttavia serva ai vincitori de’ suoi
prischi padroni. E ancor la religione era il conforto delle sue miserie,
né dimenticheremo come il primo ricovero di trovatelli che si conosca
fu qui aperto nel 787 dall'arciprete Dateo. I preti, tolti dal popolo,
eran al popolo di sostegno, sicchè all’alzarsi di quelli , questo
pure doveva rigenerarsi. Il clero, sotto i Longobardi, era tenuto in assoluta
soggezione; anzi, finchè furono ariani, per lo più
avea due vescovi ogni città, uno cattolico, uno di quella credenza.
Carlo Magno per consolidare il nuovo suo dominio, avendo bisogno de' sacerdoti,
li fece intervenir alle assemblee, considerandoli pari agli altri possidenti.
Ecco dunque aperto un campo ai nostri per entrar nella classe dominatrice
coll'ascriversi al clero; o almeno (li sottrarsi al dominio secolare offerendosi
in soggezione (oblati) ai vescovi ed alle Chiese. In tal modo crebbe l'autorità
episcopale, e l’arcivescovo nostro restò il personaggio più
ragguardevole in Lombardia, e contrappeso all'armata potenza dei conti.
Il popolo volentieri vedeva allargarsi la giurisdizione ecclesiastica,
perchè n'aveva giudizii più retti, più disinteressati,
resi da fratelli suoi, non da stranieri, e più umani perchè
li consideravano non come vinti e schiavi, ma come fratelli in Cristo.
Il voto popolare favoriva dunque l'incremento de' vescovi; sicchè
sotto ai deboli successori del Magno questi poterono trarre a sè
il diritto di conferire la corona d'Italia. Per tanto i re, onde tenerseli
amici, rendevano immune dai conti la città ove quelli sedevano:
e in tal modo i vescovi congiungeano al pastorale la spada e la bilancia,
e queste confidavano in loro nome ai viceconti. E i vescovi provvidero
anche ai vinti: e il nostro, cogli altri di Lombardia eleggendo il re,
disponevano che “gli uomini plebei e tutti i figli della Chiesa liberamente
usassero delle proprie leggi; il fisco non esigesse da loro più
del dovuto; non fossero oppressi con violenze; e se il conte del luogo
non facesse loro giustizia, restasse scomunicato”. Gli arcivescovi nostri,
indipendenti dal re, scelti non per nascita, ma dal clero e dal popolo,
e riconoscendo un superiore e insieme protettor poderoso nel papa, restavano
salutare mediazione fra l'impero e i sudditi; il clero, istruendo il basso
popolo, e rimbrottando gli eccessi dei re, quello a questi ravvicinava,
e creava il supremo potere dell' opinione. Contrastavano ai vescovi i feudatarii
o capitanei, collocati alla campagna; ma costretti a lottar con quelli
e coi re, sminuzzavano i loro dominii scompartendoli ad altri (valvassori,
vassi vassorum), coll'obbligo di fornire armati. Quindi attendevano a crescere
la popolazione, e il sorgere del basso popolo era agevolato quanto men
compatta rendevasi la dominazione de' baroni; sicchè in questa lotta
di re, vescovi e baroni, infelicissima di guerre parziali, la mutua gelosia
gl'induceva a sollevare i plebei per averne appoggio. Noi ci arrestiamo
volentieri su questi passi de' secoli più oscuri, sì perchè
trascurati, sì perchè la storia particolare nulla offre di
rilevante, sì perchè troppo importa il vedere come, da servi,
noi diventassimo uomini, poi cittadini. Non consta quando l’arcivescovo
nostro ottenesse 1' immunità, cioè il diritto di giudicare
e deliberare siccome già faceva il conte. Però Ansperto da
Biassono già appare potente, non solo nelle elezioni dei re, ma
nella città stessa, che difese di mura, abbellì con edifizii,
e singolarmente coll' atrio di Sant' Ambrogio, il più bell' avanzo
d’architettura dopo i Romani. I vescovi fatti potenti, trovarono
di poter conferire la corona d'Italia, non più a stranirì
ma a nostrali, e Berengario duca del Friuli fu dal nostro arcivescovo Anselmo
incoronato. Gli disputarono quella dignità i re di Germania poi
Lamberto duca di Spoleti, eletto da una fazione contraria al nostro arcivescovo,
assediò anche e prese Milano. Qui cominciano le gare fra varii re,
duranti le quali l'arcivescovo e il popolo crescevano d'importanza, perchè
gli emuli cercavano amicarseli con doni e privilegi. Sopraggiunse intanto
nuovo flagello, gli Ungheri, gente barbara che venuta dal Danubio, scorrea
sui leggerissimi cavalli la campagna devastando. Non essendovi un potere
unico capace di respingerli, conviene che ciascuno pigli le armi, munisca
la propria città o il villaggio o il monastero e così
i nostri si trovarono armati. Poi chiamati a parteggiare nelle fazioni
tra i varii re, indi nella lotta fra il sacerdozio e l’impero, acquistarono
la conoscenza delle proprie forze. Passata la corona imperiale ai Tedeschi,
fu l'Italia unita alle sorti dell'Alemagna. Non già che quegli imperatori
la padroneggiassero, bensì n’avevano l'alto dominio: principati,
repubbliche, contadi, signorie, governavansi a proprio piacimento, obbligati
soltanto a prestare un omaggio di sovranità e il servizio militare.
Gli elettori tedeschi sceglievano il re di Germania, che ad Aquisgrana
prendea la corona d'argento; poi sceso, e dai signori e vescovi nostri
riconosciuto, era consacrato re d'Italia a Milano o a Monza colla corona
di ferro: passando allora a Roma vi ricevea dal papa la corona d' oro e
il titolo d'imperatore. I Lombardi gli pagavano il viaggio; egli se n'andava,
e spesso non ricompariva più; e i signori tornavano a fare ogni
lor voglia come indipendenti. Onde reprimere questi feudatarii irrequieti,
Ottone il Grande trovò opportuno di farsi amici i Comuni col riconoscere
i privilegi che già eransi procacciati a poco a poco. Quando Landolfo
arcivescovo ottenne intera la giurisdizione di conte in questa città
e tre miglia in giro' sicchè nominava i magistrati e dava loro la
spada, i nobili si opposero' ma falliti nell'impresa, accettarono feudi
da esso, che unirono ai beni lor proprii. Salito a questa sede Eriberto
da Cantù, uom risoluto e costante, pretese che in conseguenza essi
fossero uomini suoi e vassalli: ma se i capitani aderirono seco nella speranza
di soperchiare gli altri, i minori vassalli fecero una lega (la motta)
e presero le armi. Vinti a Campomalo, chiesero aiuto ai nobili del contado,
mentre Eriberto invitò Corrado, re di Germania, a venire per la
corona di ferro. Scende egli; l'arcivescovo (tant' era ricco) il tratta
per più settimane con tutta la sua corte, poi gli fornisce truppe
per soggiogare i Pavesi: ma l'imperadore, uditi i lamenti e ingelosito
dalla potenza clericale, imprigiona Eriberto. Questi trova modo a fuggirgli,
ed entrato in Milano, preparasi alla difesa, mentre Corrado per contrariarlo
ripristina ne' diritti la libera nobiltà. Arcivescovo, governatore
e generale, dovendo Eriberto condurre milizie ragunaticcie contro nobili:
dalla fanciullezza abituati alle armi, per mantenere l'ordinanza inventò
il carroccio, carro tratto da buoi riccamente addobbati, sovra il quale
ondeggiava lo stendardo di sant'Ambrogio: una campanella facea vece di
tamburo; il crocifisso e l’altare su cui celebravansi i riti, io rendeano
sacro. I cittadini , prese le armi che forniva il caso a ciascuno. non
intendevano di disciplina e di guerresche disposizioni; ma sapevano che
bisognava tenersi ristretti ad esso carro, il quale procedendo lento frenava
l’ardor negli attacchi, lo scompiglio nelle ritirate. A questo modo 1'
arcivescovo trionfò dell’imperatore e dei nobili, i quali dovettero
calar a patti, entrare in città, sottomettersi alle comuni condizioni:
talchè trovandosi sotto la giurisdizione medesima i liberi cittadini
e i vassalli, restò costituito il libero Comune. Ma le contese fra
quei due corpi si prolungarono e la plebe favoriva piuttosto ai liberi,
memore delle prepotenze dei vassalli, e intanto acquistava alcuni privilegi
che l’avvicinavano alla condizione di quelli. Nè per privilegi intendiate
diritti di comandare; a tanto non aspirava la plebe, ma voleva non fosse
lecito ai nobili il trattarla come bestie, non il potere per sette lire
e un soldo uccidere qualunque plebeo non crescerle a talento le angarie
personali. Traeva dunque il fiato la plebe, e questo miglioramento della
condizione personale si manifestò, non in un mutamento di costituzione,
ma nel maggior fiore del paese. A ciò promuovere servirono non poco
le contese del clero. Era l'arcivescovo nominato dal popolo e dai cardinali,
cioè canonici ordinarii della metropolitana, i quali lo sceglievano
nella chiesa propria , affinchè il pastore conoscesse le agnelle
sue ed esse lui. Posto così insigne era ambito, e spesso cercato
con brogli e sin a danaro; i re, sentendo quanto importasse collocarvi
un loro fedele, pretendevano nominarlo o designarlo almeno poi investirlo
essi medesimi, in grazia dei feudi ch'egli tenea dalla corona. Avrebbe
così perduto la Chiesa quell’indipendenza, ch'era tanto a lei necessaria
per rendersi tutela della giustizia contro la prepotenza; onde il cardinal
Ildebrando divenuto poi papa Gregorio VII°, s’oppose a tutt'uomo alle
investiture secolari, venendone guerra diuturna contro gli imperatori.
Anselmo da Baggio, canonico ordinario della chiesa nostra, il suddetto
Ildebrando e san Pier Damiani adoprarono efficacemente per ridurre la metropoli
milanese in maggiore soggezione al papa come: legati pontifizii poneano
mano ne'diritti dell' arcivescovo, abolirono le tasse simoniache che questo
soleva esigere per le ordinazioni e lo costrinsero a giurare sommessione
alla santa sede. Ma per svellere gli abusi dalla radice, era duopo staccar
il clero dalle cose temporali. Ab antico durava che i preti menassero moglie,
pretendendo una concessione di sant' Ambrogio; ma alla disciplina ecclesiastica
allora trovavasi conveniente l’esigere il celibato, massime per evitare
che divenissero ereditarii i benefizii e le cure e che i gradi ecclesiastici
non si dessero per nascita, come era avvenuto de' civili e militari, ma
solo per merito. Arialdo diacono e Landolfo cherico predicarono a gran
voce contro i preti concubinarii; la plebe insultò questi, ne saccheggiò
le case, li trasse dagli altari e dal coro ma essi, per passione,
per interessi, per affetti resistettero fin colle armi, e per trent' anni
fu tutta dissidii e scandalo la città. Il predetto Anselmo, salito
papa col nome di Alessandro II° armò campione. della Chiesa
il milanese Erlembaldo e gli diede la bandiera acciocchè venisse
a combattere i preti concubinarii, ed escluderli dall'altare. Usò
Erlembaldo autorità e forza; e avendo la parte contraria resistito
e ucciso Arialdo, egli devastò i campi, smantellò le terre
e scompigliò i sacrifizii de' renitenti, finchè i nobili,
da cui erano i principali dei clero, corsero in città coi loro vassalli,
e lo trucidarono. Il vigore di Gregorio VII° giunse però e a
soggettare la Chiesa milanese e a ridurre i sacerdoti al celibato e il
voto popolare venerò sugli altari quelli ch'eransi opposti alla
simonia ed al concubinato. Queste guerre intestine diedero l’ultima mano
all'emancipazion della plebe milanese. Già avea cacciato di città
l’arcivescovo Eriberto, e tenutolo fuori più di due anni, col che
s'accorse di poter senza lui governarsi nel temporale. Più lo conobbe
nelle lunghe vacanze che i predetti scismi produssero. Avendo Enrico imperatore
eletto ad arcivescovo Guidone plebeo, i canonici nobili lo disprezzavano
, e in una solennità piantaronlo tutto solo all’altare. Poi nacquero
dissensioni fra varii eletti, quando il papa ricusava riconoscere quelli
nominati dal clero senza intervenzione sua, e intanto il popolo imparò
a reggersi senza arcivescovo, come già faceva senza conte. L'imperatore
Enrico, in guerra col papa' non poteva frenare quel movimento, onde i Comuni
si costituirono, associaronsi fra loro, tolsero la giurisdizione ai baroni
o ai vescovi, e comprati od usurpati o carpiti - un dopo l’ altro i diritti
di quelli, gli affidavano a magistrati eletti da loro stessi, onde gli
scabini o probiviri esercitarono la giurisdizione col nome di consoli.
Questo titolo era una rimembranza de'tempi romani; e sulle vestigia ancor
rimaste degli ordinamenti municipali del basso impero, si foggiò
il nuovo Comune di Milano e delle altre città. Di tre corpi componevasi:
capitani, cioè vassalli immediati del re valvassori che teneano
feudi dai capitani; in fine liberi cittadini, e tutti concorrevano nel
gran consiglio a far le proprie leggi ed eleggere i molti consoli che costituivano
il governo. |